Il portiere dell'Aek Atene si racconta, dalla Serie D alla Champions League: "Odio colpire di testa, ma segnai così in Benevento-Milan. La mia partita della vita, l’unica di cui ho appeso una foto a casa, è Marsiglia-Panathinaikos. La musica mi diverte più del calcio"
Alberto Brignoli potrà diventare un allenatore, un trader, un esploratore nel Borneo, ma per il calcio resterà sempre il portiere che il 3 dicembre 2017 segnò il 2-2 di Benevento-Milan. Era la partita d’esordio di Rino Gattuso sulla panchina del suo cuore. Brignoli non ha mai più fatto gol ma è diventato tanti uomini in uno, come nel calcio succede raramente: un portiere all’Aek Atene, un deejay, un imprenditore. Ha vissuto, e non è poco: ha partecipato a tutti i campionati, dalla D alla Champions passando per C2, C1, B, A, Conference ed Europa League. Unico in Italia.
Raccontiamo un episodio simbolico per ogni categoria?
"Per la D è facile: alla presentazione con il Montichiari, quando hanno fatto il mio nome al microfono, sono svenuto. Un bell’inizio... In campo, però, benissimo: campionato vinto con 970 minuti di imbattibilità".
Serie C2 a Montichiari e C1 a Lumezzane.
"La C2 è stata difficile, scelgo i momenti in una casa che chiamavamo "La Villa": abitavo lì con alcuni compagni, come fossimo universitari. In C1, il rapporto con Davide Nicola, che mi lanciò come titolare. Alessandro, il figlio che il mister ha perso nel 2014, era il nostro raccattapalle".
Serie B alla Ternana, poi con Perugia, Palermo, Empoli.
"A Terni ero giovane, senza freni. In una delle prime partite uscii a vuoto su una rimessa laterale. Mi scontrai con Fabio Pisacane e combinai un disastro. Risultato: panchina per un mese e mezzo".
Per la Serie A, scelta obbligata.
"Io odio colpire di testa, il pallone mi fa male. Invece in quel Benevento-Milan andai a saltare e segnai di testa a Donnarumma, tutto storto in tuffo. Sembravo Aldo nella scena di "Tre uomini e una gamba". Per il decennale, vorrei fare qualcosa con Gigio, magari sui social".
Conference ed Europa League.
"La Conference la sto facendo ora con l’Aek ma sono la riserva di Strakosha: è l’unica competizione in cui non ho una presenza. Per l’Europa League scelgo l’esordio contro il Villarreal anche se dico la verità: se hai vissuto la Champions, mette un velo di tristezza".
La Champions, allora.
"La mia partita della vita, l’unica di cui ho appeso una foto a casa, è Marsiglia-Panathinaikos, agosto 2023. Al Vélodrome non sentivo nulla per il rumore dei tifosi, mi sono detto 'passiamo i primi 10 minuti', invece ho preso gol al 2’. Abbiamo vinto ai rigori e io ho parato quello di Guendouzi".
Nel calcio gira un commento: "Brignoli è un deejay che fa il portiere". Vero?
"Ma no, è esagerato, anche se fatico a vedere due partite di fila, mentre quattro ore a mettere musica sembrano 10 minuti. Un paio di volte d’estate ho suonato a Chezz Gerdi, a Formentera, dove va Serse Cosmi. Il mister me lo dice sempre: "Se ti prendo in squadra, almeno ho qualcuno che mette musica seria"...".
I preferiti?
"Swedish House Mafia, il povero Avicii, Ilario Alicante, Joseph Capriati, Ricky Le Roy che ho conosciuto quando giocavo alla Samp, Solomun, Ben Böhmer".
Altre passioni?
"Beh, le auto. Chiedete a mio papà...".
Che è successo?
"Papà, che da giovane è stato il terzo portiere della Cremonese, era capo dei vigili nel mio paese. Io nel 2018 avevo comprato una Jaguar F-Type e un giorno di giugno sono andato dal mio amico Matteo Brighi: da Genova a Rimini in due ore e mezza (il tempo standard è 4 ore, ndr). Al Comune arrivavano multe su multe e mio papà firmò per il ritiro della patente. Diciamo che non è stata l’unica volta...".
Siamo a un cliché: il portiere geniale e sregolato.
"Non proprio. Fino a 29 anni sono stato impulsivo, poi ho imparato a vedermi in terza persona e tutto è cambiato".
Quindi che cosa accadrà ora nella vita di Alberto Brignoli?
"Vorrei giocare ancora 2-3 anni ma lavoro già sul dopo. Ho fondato una società con il mio amico Michele e Federico Macheda: si chiama Auvi ed è già operativa, grazie al grande aiuto di mia moglie. L’idea è supportare il giocatore in tutto, come non fa nessuno. La struttura bancaria, assicurativa e commerciale. La fiscalità. La preparazione mentale, la cura del fisico, la nutrizione. I social".
È nata da brutte esperienze personali?
"Sì, fiscalmente ho preso delle belle botte e, dopo il gol al Milan, mi affidai a un’agenzia che mi prese soldi, senza darmi granché. Ora lavoriamo con Pirola e abbiamo collaborato con Eleonora Goldoni e Fabio Di Giannantonio".
Buffon, De Zerbi, Cassano, Quagliarella…: tra i tanti uomini incontrati, chi resta nel cuore?
"Cassano è a posto, ha modi non convenzionali e a volte sbagliati, ma dice cose giuste. Buffon con me è stato gentilissimo, non dimenticherò mai che, quando arrivai alla Juve da sconosciuto, mi disse: “So chi sei”. Un’emozione incredibile: mi aveva seguito in B".
E De Zerbi?
"Mi ha insegnato lui a interpretare la partita, a leggere la tattica. Certo, quante me ne ha dette: pretende sempre molto dai portieri, anche nei movimenti senza palla. Il simbolo del campione, però, per me è Lorenzo De Silvestri".
De Silvestri?
"Sì, un uomo che riconosce i suoi limiti e ci lavora: questo per me è un campione. Tanti altri sono mediocri, pensano "sono già forte" e non crescono mai".
Bello. Ultima domanda: tra tutti i portieri compagni di spogliatoio, c’è mai stato un rapporto negativo?
"Uno solo. Non vi dico chi è ma vi lascio un indizio: sono stato con lui in due squadre diverse".











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