L'ex ciclista, primo in via Roma nel 2003: "L’ho corsa undici volte di fila. È la più bella, quella più incerta". "Io e il Gerva sapevamo a memoria le buche, già a dicembre eravamo sull’Aurelia. Quest’anno se la giocano in 5, Pogacar la vuole ma alla fine vince Van der Poel".
Paolo Bettini era tutto quanto: istinto e calcolo, fantasia e ferocia, immaginazione e senso della sfida. La Milano-Sanremo la voleva e se l’è presa. Come ha fatto con i Mondiali, con le classiche Monumento e con l’oro olimpico che gli ha dato l’immortalità. Ma quella corsa facile e difficile, troppo semplice e sommamente complicata, lo attraeva come una calamita. E Paolo riuscì a domarla soltanto dopo una lunga rincorsa. Potremmo dire che fu la costruzione di un capolavoro.
Paolo, che cos’era per te la Milano-Sanremo?
"Un sogno, ma molto prima di arrivare a vincerla. Nel 2003 era diventata quasi un tabù, una specie di ossessione. Ci avevo provato troppe volte, una volta mi avevano preso all’ultimo chilometro, un’altra in fondo al Poggio, sembrava proprio stregata. E anche nel 2003, se non avessi avuto Paolini al mio fianco... Quando mi ripresero tra Cipressa e Poggio io mi ero arreso, dissi: alzo bandiera bianca. È stato il Gerva a convincermi che non era finita. Che se ero morto io, gli altri stavano di sicuro peggio".
Circolano delle leggende sulla notte prima.
"Tutto vero. Eravamo in camera assieme. Con Luca prima di mezzanotte non si spegneva la luce, ma la mattina della Sanremo ti devi svegliare molto presto, così eravamo già andati a dormire. Io però pensavo e ripensavo, non riuscivo a prendere sonno. Così dopo mezzanotte mi alzai, mi vestii da corridore, con quella bella maglia di leader della Coppa del Mondo, e mi guardai allo specchio. Luca era incredulo: cosa stai facendo? E io: volevo vedere come verrò domani nelle foto".
Sapevi che avresti vinto.
“Quello era stato l’inverno della costruzione mentale della gara. Io e Luca abitavamo a Montecarlo, e tutte le settimane, già a dicembre, andavamo sull’Aurelia. I Capi, la Cipressa, il Poggio, sapevamo a memoria le buche, i tombini. Non l’ho vinta per quello, ma anche per quello. Siamo arrivati a un livello superiore, ci abbiamo creduto tutti e due. Non avevo più un gregario con me, ma un altro capitano. Uno che non ha mollato un metro: giù dal Poggio, arrivati sull’Aurelia, volava. Nelle ultime due curve non smise mai di tirare, finché toccò a me partire”.
Scattasti sulla Cipressa. Era previsto?
“Io di fantasia ne ho sempre avuta. Ma non era quello il piano, e presi anche tante parole. L’obiettivo era fare forte la Cipressa come azione di squadra, principalmente per mettere in difficoltà Cipollini: anche gli altri ma soprattutto lui. Io avevo tutti i miei a tiro, ma non si erano ancora organizzati. Scalpitavo e a un certo punto pensai: ok, vado. Senza avvisare nessuno. Il Gerva era il regista, mi disse di tutto”.
Ma questo non ti fermò.
“Ero un professionista, e mi prendevo le mie responsabilità. Oggi c’è una generazione di corridori completamente diversa, certe cose non se le possono più permettere, le squadre vengono gestite diversamente. Pogacar prende e va, ma è tutto previsto. Non c’è mai niente di improvvisato, si pianifica tutto, anche la volata per il ventisettesimo posto. Devi avere la certezza di portare a casa punti”.
Non vedi eccezioni?
“Van der Poel, ma da solo è quasi tutta la squadra. È diverso per forza”.
La Sanremo ti è sempre piaciuta.
“L’ho corsa undici volte consecutive, anche nel 2006, quando caddi a Paglieta, alla Tirreno-Adriatico. Franco Ballerini mi caricò in macchina e mi portò a Forlì, mi mise nelle mani di Fabrizio Borra, che scommise che mi avrebbe rimesso in bici per la Sanremo. E così fu. Abbiamo ricordato due amici, due persone importanti della mia storia, che non ci sono più”.
Negli ultimi anni la Sanremo è stata la più bella tra le classiche.
“È la più bella, quella più incerta. Se fai un pronostico per la Sanremo prima di tutto devi distinguere, perché può finire in molti modi: vincerà un velocista? Un attaccante? Nel ciclismo attuale mancano tanti campioni eppure per la Sanremo posso tirare fuori i nomi di almeno 8 favoriti, se non 12. È l’unica Monumento per cui possiamo fare questo ragionamento. E poi è la prima dell’anno: tutti la vogliono ma in pochi la prendono. C’è gente che sembra nata per vincerla e invece non l’ha mai vinta. Penso a Peter Sagan. Penso a Bartoli, Michele era uno che avrebbe potuto vincerla in volata o anche da solo. E invece non ce l’ha fatta. Perde solo chi non la corre, chiedere a Nibali: chi l’avrebbe mai messo tra i favoriti di una Sanremo in quel ciclismo lì? Ne avremmo trovati 15, forse anche 20 prima di lui. Invece ha fatto quel numero pazzesco”.
È bella anche perché è la prova che Pogacar si può battere?
“È l’unica corsa a cui partecipa e quando si sveglia la mattina sa di poterla perdere”.
Perché non l’ha ancora vinta?
“Perché è la Sanremo, la vuole. Ho visto che è sempre sull’Aurelia, che si fa le foto sul Poggio, che la prova avanti e indietro. Ci tiene molto, è ovvio: penso che ormai il suo obiettivo sia vincerle tutte”.
Non può andare via sulla Cipressa come fece Pantani?
“Come fece Bugno, sì. Pogacar è l’unico che lo può fare. Certo, bisogna che diventi una giornata cattiva, anche il tempo deve aiutarlo, altrimenti rischia che il gruppo riesca a organizzarsi. Ha le gambe, sì, ma ci sono ancora quasi 25 chilometri per arrivare a Sanremo”.
Può batterlo solo Van der Poel?
“Nì. Non troverei strano che in certe condizioni si tornasse a una volata di 50-60 corridori. A quel punto non ci sarà soltanto Van der Poel”.
Saronni vorrebbe rendere la Sanremo più dura.
“Nooo. Se la deve vincere Pogacar, deve vincerla così com’è”.
Cinque corridori che potrebbero vincerla quest’anno?
“Van der Poel perché è l’unico che tiene le ruote di Pogacar. Pogacar perché è l’unico che può staccare Van der Poel. Ganna per rispetto ai due podi che ha fatto. Milan lo metto in caso di arrivo in volata. E poi Philipsen perché è Philipsen”.
Prendiamo la volata dell’anno scorso. Al posto di Ganna cos’avresti fatto?
“Filippo ha sbagliato a interpretare il rettilineo d’arrivo, non puoi aspettare, non puoi stare lì. Ma è facile dirlo da seduti, anch’io ho sbagliato diverse volte. Se ci si trova quest’anno, sono sicuro che si muove diversamente”.
E al posto di Pogacar?
“Van der Poel ha giocato come il gatto col topo: era davanti ma gli altri hanno aspettato che partisse lui. Via Roma non è in pianura, dopo 296 chilometri ti alzi e devi avere tante gambe. Magari non sono partiti anche per paura di non avere le gambe”.
Da quando l’hai vinta tu a oggi cos’è cambiato?
“È cambiato il ciclismo. Allora, quando passavi professionista ti dicevano: stai calmo e impara. Oggi se a 22 anni non hai vinto non sei nessuno. L’età media del mio ciclismo era sui 28-29 anni, ora è a 24,5. Di Pogacar ce n’è uno, come di Van der Poel. Ma gli altri? Non diamo più il tempo ai giovani di crescere, è uno sport difficile: la fatica, le intemperie, le crisi di identità, il tritacarne, i ritiri, le assenze da casa. È difficile essere pronti per tutto questo a 19 anni. E non si dà tempo a chi avrebbe magari potenziale”.
Ma di quei 5 poi chi vince alla fine?
“Van der Poel”.










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