L'ex giudice di sedia commenta la decisione di Wimbledon: "Difficile non credere al fatto che prima o poi gli arbitri verranno totalmente sostituiti"
L’introduzione della video review anche a Wimbledon segna un passaggio simbolico per uno sport da sempre sospeso tra tradizione e innovazione. Ne abbiamo parlato con Carlos Bernardes, decano dei giudici di sedia, che ha arbitrato 3 finali Slam, le Finals, i Giochi Olimpici e qualcosa come 24 numeri 1 della storia. Ci risponde dal Brasile in attesa di tornare a Bergamo dove si è trasferito per amore della moglie Francesca Di Massimo, anche lei arbitro nel tennis. Una vita sul tour, Bernardes ha lasciato a fine 2024 dopo aver vissuto tutti i cambiamenti e l’evoluzione nel tennis.
Carlos, quando ha visto Wimbledon aprire alla video review, cosa ha pensato?
“Beh, prima o poi doveva succedere… Come gli altri tornei del Grande Slam, come gli US Open e gli Australian Open, avevano già adottato questo sistema, così come molti altri eventi del Tour, era un percorso che prima o poi sarebbe stato intrapreso”.
Ripensando ai suoi anni sul seggiolone, quanto le avrebbe fatto comodo avere uno strumento così nei momenti più delicati?
“Sarebbe stato sicuramente molto più semplice, perché non ci sarebbero state così tante discussioni; alla fine, spesso non si sapeva nemmeno se le proteste dei giocatori fossero giuste o meno…”.
L’arbitro è sempre stato un po’ solo nelle decisioni importanti: con la tecnologia gli arbitri si sono sentiti più tutelati o deresponsabilizzati?
“Con la tecnologia l’influenza degli arbitri nelle decisioni importanti è diminuita notevolmente. Aiuta a essere più tutelati, perché non è più necessario fare le chiamate di dentro o fuori. Di conseguenza, gli arbitri sono meno sotto i riflettori, dato che le decisioni più difficili si sono ridotte drasticamente. Il problema del video review o dell’Hawk-Eye è che tolgono il peso dell’errore umano. Essendo tutto automatico, in teoria le emozioni non dovrebbero cambiare, ma diventa un po’ come un videogioco”.
Le viene in mente un episodio della sua carriera in cui avrebbe voluto avere il replay per togliersi un dubbio?
“Sì, non avrei voluto tanto l’Hawk-Eye, quanto il video review. Ricordo un tocco della palla sulla racchetta di un giocatore durante una partita alle Olimpiadi: non ho visto né sentito nulla, e si trattava di un punto importante. Forse con il VAR si sarebbe potuto dimostrare se ci fosse stato o meno il tocco…”.
Il rapporto con i giocatori si basa molto sulla fiducia: la tecnologia aiuta a stemperare le tensioni o rischia di renderlo più freddo?
“Purtroppo nelle partite non c’è più quel tipo di contatto tra giocatori e arbitri, perché si gioca con meno interruzioni dovute a discussioni su decisioni o chiamate ritenute non corrette. Oggi è più importante spiegare al pubblico o alla TV perché un giocatore chiede di usare il VAR o chiarire quale sia stata la decisione finale”.
Guardando al futuro, vede un tennis sempre più “automatico” o pensa che la figura dell’arbitro resterà centrale?
“È un po’ difficile non pensare che, in qualche modo, l’arbitro possa essere sostituito, prima o poi. Se non sbaglio, questa è una delle idee dell’ex direttore dell’Australian Open: tutto verrebbe controllato dall’esterno del campo”.
Insomma, non si torna indietro.
“La tecnologia è venuta per restare, non solo nel tennis ma nelle nostre vite in generale. Il gioco è diventato più veloce, con meno discussioni e meno momenti di tensione. Il rapporto tra giocatori e arbitri è cambiato e continuerà a cambiare sempre di più. Basta guardare gli altri sport: nel calcio, oggi quando viene segnato un gol, a cosa si presta più attenzione? A chi ha segnato oppure all’arbitro che aspetta il VAR per confermare che sia tutto regolare? Nel tennis non è diverso, e la tecnologia continua a evolversi sempre più rapidamente. Se il giudice di sedia scomparirà? Non scommetterei che questo non possa accadere…”.
Questo articolo è tratto da Smash, newsletter G+ sui segreti del grande tennis a cura di Federica Cocchi, pubblicata ogni martedì. Per iscriversi e per informazioni sulle altre newsletter della Gazzetta clicca qui









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