Benassi, l'italiano che ha riportato il Deportivo nella Liga: "Vivaio, mercato e una legge non scritta..."

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Friulano, 34 anni, ceo del club galiziano: "Italia e Spagna hanno la stessa percentuale di utilizzo di calciatori nazionali, la differenza la fanno i minuti. Noi abbiamo analizzato il modello della Real Sociedad. Quagliata e Mulattieri? Ottimi acquisti, anche fuori dal campo"

C’è un giovane italiano che ha contribuito all’immensa felicità di una città che vive di calcio, che ha iniziato il secolo dominando il calcio spagnolo e sorprendendo quello europeo, ma che poi è precipitata in un buco nero finanziario e sportivo, tra creditori affamati e calcio in Serie C. Dopo 8 anni il Deportivo, ex SuperDepor, è tornato in Liga, e a guidarlo come Ceo c’è Massimo Benassi, friulano di 34 anni. 

Complimenti. 

"Grazie. Io ho vissuto 3 di quei lunghissimi 8 anni, l’obiettivo era questo ed è stato raggiunto. Ma quando sei qui capisci quanto è importante per la città che il Depor sia in Liga. Una sana pressione che si palpava nel quotidiano: ogni giorno senza la Liga era un giorno in più nel quale mancava qualcosa". 

La Segunda spagnola è un inferno: 22 squadre, 42 partite, nessuna pausa... 

"E una competizione feroce, per una questione di fair play finanziario: il livello di spesa consentito è molto simile per tutti, la differenza tra primi e ultimi è molto inferiore a quella della Serie B o di altri campionati europei. Per dire, il paracadute per chi scende dalla Liga è tra i 4 e i 5 milioni. La differenza nel limite salariale tra chi viene retrocesso in Segunda e chi è promosso dalla terza serie non è granché ampia, parliamo di una forbice tra i 5 e i 10 milioni. In ambito di diritti tv la distanza è tra i 6 e i 12-13 milioni di euro. Per questo tutte le squadre sono competitive".

I vostri meriti?

 "La differenza l’abbiamo creata in due ambiti. Il primo è stato il mercato: abbiamo speso bene perché conoscevamo a fondo il mercato internazionale. In Segunda è fondamentale investire con criterio, il fair play finanziario ti obbliga ad essere creativo sulla parte sportiva. Il secondo aspetto importante è stato il vivaio: abbiamo iniziato a investire sulla cantera dall’estate del 2023, e ha pagato. Il nostro gioiello Yeremai è la punta di un iceberg ampio e qualificato: attorno a lui ci sono Mella, Dani Barcia, Villares, Noé, Bill che ha segnato la doppietta nel giorno della promozione…". 

Avete un buon numero di galiziani. 

"Si, aiutano l’inserimento di chi viene da fuori mostrando l’essenza di città e squadra e mantengono il fondamentale legame con la comunità. Qui la gente non è del Barça o del Madrid, è del Depor. E avere gente del luogo in prima squadra è motivo di orgoglio".

Tra le novità della scorsa estate, due italiani, Giacomo Quagliata e Samuele Mulattieri. 

"Due ottimi acquisti. Quagliata è andato oltre le migliori previsioni, Mulatteri ha fatto gol importantissimi ed è stato un complemento importante dentro e fuori dal campo. Hanno avuto un rendimento altissimo e la cosa in questi mesi mi ha fatto pensare più volte all’anomalia del fatto che non abbiano trovato posto in Serie A. Per noi è stata una fortuna, ma come italiano sono rimasto sorpreso. In Italia dice che va rifondato il sistema, che ci vogliono regole ad hoc, ma in Spagna non ci sono norme particolari, obblighi di giocare con tot Under 23 o tot Under 21. Tutti i club hanno le seconde squadre poi ogni club decide che importanza dargli". 

Come si guarda alla Liga? 

"Con una quantità di umiltà grande come il cambio che c’è stato dal 2018, il nostro ultimo anno nella massima divisione, ad oggi. È un’altra cosa, il fair play finanziario è stato rivoluzionato. Sappiamo che la prossima stagione sarà molto difficile dal punto di vista sportivo. Ci sono tantissime squadre che per tradizione e fatturati saranno inavvicinabili ma lavoriamo a un piano strategico triennale: la prima la salvezza e aumentare i ricavi per avvicinarci alle prime 10". 

La vostra strategia? 

"Ricavi commerciali, e quindi sponsorizzazioni, hospitality, il Tour e il Museo dello stadio che abbiamo creato ex novo. Poi bisogna cercare di sfruttare lo stadio 365 giorni all’anno. Da lì ci sono dettagli che possono essere significativi a livello commerciale: penso agli asset digitali, pubblicità led per la tv. In Liga le partite internazionali hanno un’audience moltiplicata per 30 rispetto alla Serie B. Se siamo bravi a vendere, soprattutto a livello internazionale, può essere un fatto differenziale che in poco tempo ci può permettere di crescere economicamente e avvicinarci agli altri". 

Il mercato è un’arma a doppio taglio. 

"Si. Noi non cambiamo filosofia: abbiamo una norma interna, non scritta ma accettata da tutti, che vuole che il 25% della rosa della prima squadra debba venire dalla cantera. E almeno il 50% deve avere meno di 26 anni. Quello cerchiamo sul mercato, ragioniamo a medio termine, non a breve. Non puntiamo al nome ma a continuare il cammino iniziato nel 2023: siamo andati in Liga con 8 giocatori che erano qui quando eravamo in Serie C". 

Non lo so se il nostro modello sia replicabile in Italia. Ma noi qui non abbiamo mai avuto dubbi, la strada era quella

Un terzo della rosa. 

"Esatto. E ha funzionato. Ora sarebbe bello arrivare in Europa con numeri simili di calciatori che erano con noi in Segunda. Le dico un’altra cosa: il nostro filial quest’anno è stato promosso in Serie C, la categoria dove due anni fa giocava la prima squadra. Pensavamo di arrivare a queste due promozioni nel 2028, l’abbiamo fatto con due anni di anticipo". 

Ci fa la radiografia della vostra seconda squadra? 

"Abbiamo 2-3 stranieri, per il resto 85% di galiziani. E tutti i giocatori Under 21". 

È una cosa così difficile da fare in Italia? 

"Non lo so. Noi qui non abbiamo mai avuto dubbi, la strada era quella: creare valore con giocatori della regione, giocatori spagnoli, giocatori giovani. E per me è fattibile in qualsiasi modello calcistico se non hai l’obbligo di vincere tutti gli anni, cosa che vale solo per il Real Madrid e il Barcellona. E occhio perché al Barça hanno 8 giocatori al Mondiale con la Spagna e quasi tutti cresciuti alla Masía. E aggiungo che il giocatore italiano ha qualità: qui in B oltre a Quagliata e Mulattieri abbiamo Brignani, Amatucci e Bonini che lottano per andare in Liga con Castellon, Las Palmas e Almeria, ragazzi che possono stare tranquillamente in Serie A". 

Avete un modello da seguire in Liga? 

"La Real Sociedad è un club che abbiamo studiato: città simili, anche loro hanno avuto periodi difficili e sono andati in Segunda, hanno investito sul centro sportivo e sul settore giovanile, hanno trovato un grande equilibrio tra cantera, giocatori spagnoli e stranieri. Un club famigliare con una gestione ‘normale’ senza alti e bassi, lasciano lavorare e quando hanno dovuto vendere l’hanno fatto bene, Griezmann, Mikel Merino, Zubimendi, Isak… senza perdere al competitività: hanno appena vinto la Coppa del Re". 

Cosa le piace del sistema Liga? 

"Ne parlavo col presidente della federazione spagnola Rafael Louzan, che paragonava la Serie A con la Liga: in entrambe le competizioni c’è un 60% di giocatori nazionali, però il 60% dei giocatori italiani in Serie A gioca il 30% dei minuti, mentre in Liga il 60% dei giocatori spagnoli gioca il 60% dei minuti. Qui secondo me si fa la differenza a livello di movimento complessivo. Sfruttando l’onda della vittoria al Mondiale del 2010 sono riusciti a rendere ancora più forte questo sentimento per il giocatore e la nazionale spagnola. E io da dirigente dico che non è difficile far giocare il prodotto locale".

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