Il ct australiano: "La vita a Baghdad? Magnifica, il Paese vive per il calcio. Girone con Francia e Norvegia? E quindi? La pressione è per gli altri. Abbiamo trasformato tutto in energia e siamo diventati una squadra vera. C'erano problemi di comunicazione, ho messo ordine in campo..."
L’Iraq è stato al Mondiale solo una volta, 40 anni fa. Per conquistare la sua seconda partecipazione, guidato da Graham James Arnold, un australiano di 62 anni innamorato del calcio e senza timori di sorta, ha lottato per 28 mesi, giocato 21 partite e attraversato due guerre. Un viaggio incredibile.
Lei ha fatto, e molto bene, l’ultimo Mondiale con l’Australia. Come è arrivato in Iraq?
“Quando mi è arrivata la prima offerta la famiglia non era granché entusiasta dell’idea e gli amici mi sconsigliavano con più o meno forza. Erano preoccupati. L’Iraq ha un’immagine decisamente negativa nella percezione mondiale, ma da una parte io ero a casa da 6-7 mesi e stavo impazzendo, e dall’altra avevo affrontato varie volte l’Iraq con l’Australia e avevo sempre avuto l’impressione che fosse una squadra di talento a cui mancava qualcosa. E poi c’era questa missione Mondiale… Se fossero stati alla Coppa del Mondo anche solo 10 anni fa non avrei accettato, ma riportarli al Mondiale dopo 40 anni mi sembrava una sfida magnifica per uno come me che va pazzo per il calcio. Volevo far felici 46 milioni di persone, e ho accettato”.
Siete in un girone tremendo con Francia, Norvegia e Senegal.
“E quindi? La pressione è per gli altri. In Iraq tutti pensano che perderemo 3 partite, nessuno ci chiede niente, non abbiamo alcuna pressione. È il mio quarto Mondiale e l’esperienza mi dice che non sempre i pronostici vengono rispettati, 4 anni fa in Qatar ho visto l’Arabia Saudita battere l’Argentina. Chiedo coraggio, energia ed entusiasmo perché abbiamo l’occasione di sfidare Mbappé, Haaland e Mané”.
Com’è stata la vita a Baghdad?
“Magnifica. Il Paese vive per il calcio. Il giorno che arrivai per la firma c’era un Clásico tra Madrid e Barcellona: era un festivo e la partita era in tutti i bar della città, tutti. Sono ossessionati. E il calcio locale è seguitissimo. Il fatto che io vivessi lì, che andassi a vedere le partite ha fatto capire agli iracheni che ci tenevo, che ero parte della loro cultura calcistica. E sociale. Come allenatore mi sono dovuto adattare al caldo, alle ore dedicate alle preghiere, alla vita locale, organizzando allenamenti e ritiri in base alle usanze del posto. Io mi sono adattato fuori dal campo, loro dentro: a livello disciplinare non ammetto sgarri. Hanno apprezzato il mio sforzo, e facendo conoscenza abbiamo superato il problema principale”.
La vita a Baghdad? Magnifica. Il Paese vive per il calcio
Graham James Arnold
Ovvero?
“La pressione. Questa enorme passione popolare faceva sì che i giocatori arrivassero in ritiro a testa bassa, schiacciati dalla responsabilità. Avevano attacchi di panico. Io sono bravo in ambito di psicologia, so come trattare il cervello della gente, e ora con questa qualificazione le teste dei miei giocatori sono libere, la pressione è sparita e sono certo che i miei ragazzi sono pronti a sorprendere il mondo”.
Ha fatto qualcosa di particolare?
“Per prima cosa ho bandito l’uso dei social network. In ritiro si può usare il cellulare solo per parlare con famiglia e amici. I social sono pieni di cose orribili, negative, controproducenti, bugie che entrano nella testa delle persone. E la cosa vale ancor di più se sei iracheno: l’immagine del Paese che si proietta nel mondo è quella che è, e leggere continuamente cose brutte non serve a nulla. Mi hanno seguito e penso che questa sia la cosa migliore che ho fatto da quando sono qui”.
In marzo dovevate andare in Messico a giocare il playoff intercontinentale: scoppia la guerra. Bombardamenti, spazio aereo chiuso.
“Ho chiesto alla Fifa di rimandare la gara, mi hanno detto di no. Poi però almeno ci hanno aiutato con la logistica: ci hanno messo a disposizione un charter da Amman, la capitale della Giordania, e i miei uomini ci sono arrivati dopo un viaggio in bus di 28 ore. Ad Amman sono rimasti fermi per 36 ore perché era in corso un attacco aereo con bombe e missili che cadevano attorno al loro albergo. Quando finalmente sono arrivati a Monterrey li ho riuniti e ho detto: ‘Bene, cosa ci facciamo con questa guerra? Come la usiamo? Come una scusa o come una motivazione? Via i social, via le immagini della guerra in tv, massima concentrazione sulla partita. Bolivia superata, rieccoci al Mondiale”.
La guerra però non se ne va. Lo spazio aereo a Bagdad è stato chiuso di nuovo.
“Si, una settimana fa. La cosa peggiore in questo senso per i miei ragazzi è che non possono farsi raggiungere da famigliari e amici. Me ne devo occupare a livello psicologico”.
Purtroppo con la guerra lo spazio aereo è chiuso e i familiari non possono raggiungerci
Graham James Arnold
Nei suoi 26 ci sono 9 giocatori nati in Europa. Ci sono problemi di lingua?
“All’inizio usavo i giocatori nelle loro posizioni naturali, ma c’erano problemi di comunicazione. Così ho messo quelli che parlano inglese a sinistra e quelli che parlano arabo a destra: in mezzo, per i due centrali difensivi e il regista, ho scelto ragazzi che parlano entrambe le lingue per gestire la comunicazione tra le fasce. Ha funzionato”.
Meraviglioso. E in ambito culturale? Tra i 9 c’era qualcuno che non era mai stato in Iraq?
“Si, e ci hanno messo un po’ a venire perché noi spesso siamo costretti a giocare in campo neutro, e nessuno viene da noi a fare un’amichevole per questioni di sicurezza. Mi sono trovato di fronte a due culture differenti, e ho cercato di unirle: senza questa connessione non saremmo mai stati una squadra, se i ragazzi non si sentono fratelli non vai da nessuna parte. È stato bellissimo veder formarsi questa unione tra persone con le stesse radici nate e cresciute a migliaia di chilometri di distanza”.
Uno degli europei è Marko Farji, del Venezia.
“Si, un ragazzo del 2004 nato in Norvegia. Ha giocato poco, ha bisogno di tempo per adattarsi, ma per me è un calciatore di ottimo livello. E ha un amore viscerale per l’Iraq. Ecco, questa è una cosa bellissima: la passione di chi è nato in Europa per la bandiera, il Paese, la nazionale. Il desiderio di far felici genitori, nonni, parenti è un motore potentissimo. Non c’è bisogno di motivarli, non vengono a giocare, sono in missione per riempire d’orgoglio le famiglie d’origine”.










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