Alvini, dal triplete col Tuttocuoio alla A col Frosinone: "La nostra idea di gioco è quella di Bayern e Psg"

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Il tecnico di Fucecchio, come Montanelli ("Noi fucecchiesi lo apprezziamo di più ora"), al sesto campionato vinto si prepara alla Serie A: "Qui non si fa un calcio banale. La salvezza sarà il mio scudetto"

10 maggio 2026 (modifica alle 11:02) - MILANO

La felicità. Ogni allenatore che vince un campionato è contento, Max Alvini di più. Nei suoi occhi c’è il bambino che incontra il suo idolo, il ragazzo che si laurea, l’uomo che si sposa. La sua crescita in panchina è stata lastricata di successi (dalla Promozione in su: sei categorie vinte), partendo da Fucecchio facendo il rappresentante di suole delle scarpe, arrivando fino in Serie A. Stavolta dalla porta principale, con il Frosinone.

Ricorda la prima gioia?

"Come no. Stagione 2001-02, l’anno prima giocavo nel Signa e il presidente mi ha promosso allenatore. Avevo passato l’anno a studiare Baldini a Empoli: il 1 maggio 2002, avendomi visto sempre in tribuna, mi invitò in campo con lui".

Poi in 24 anni sono arrivate le altre.

"Nel 2010 col Tuttocuoio ho fatto il triplete come... l’Inter: campionato, Coppa Italia regionale e scudetto dilettanti. Poi una Serie D pazzesca contro Spal, Piacenza, Lucchese e Pistoiese. Dalla C2 siamo stati ammessi alla C nazionale vincendo un quadrangolare di fuoco con Arzanese, Normanna e Sorrento. Ho vinto la C1 alla Reggiana nell’anno del Covid, disputando la finale playoff col Bari".

Ora la B.

"È stata lunga, il cerchio si è chiuso. Ora devo fare un percorso in Serie A. Sarà un Alvini più tignoso, meno dolce".

Prossima tappa lo scudetto?

"Sarà difficile che mi scelga una big, ma io voglio correre per quello. Quando ero in Promozione era difficile pensare che avrei vinto la B...".

In A era già arrivato nel 2022 quando la Cremonese la chiamò dal Perugia in B.

"Una fortuna e un onore aver fatto 18 partite in A, per 7-8 l’idea proposta era straordinaria, poi purtroppo senza risultati le cose sono precipitate. Ora c’è un Alvini diverso, queste cicatrici mi hanno fortificato e reso un allenatore migliore".

A proposito. Un anno fa è retrocesso col Cosenza e il Frosinone s’è salvato solo grazie al caso Brescia. Due cicatrici insieme hanno creato un gioiello.

"Chi mi ha dato tanto entusiasmo è stato il direttore Castagnini, fin da subito. E poi se una società va 4 volte in A in 11 anni con 4 allenatori e 4 ds diversi, vuol dire che c’è un presidente come Stirpe che ha una visione particolare e ci ha messo nelle condizioni migliori di lavorare. Il calcio che si fa qui, con uno stadio di proprietà, non è banale".

Il Frosinone ha 4 promozioni in A, ma non si è mai salvato.

"Il mio scudetto sarà la salvezza. Anche se Castagnini mi ha detto che vuole puntare più in alto. Faremo aggiustamenti, ma l’idea di gioco sarà sempre questa". 

La fortuna quanto vi ha spinto?

"Se abbiamo recuperato tante partite in extremis è stato solo per la nostra voglia. E siamo secondi per legni colpiti. La verità è che in A sono andate le squadre più continue, che giocano il miglior calcio, altroché".

Siete anche la squadra più giovane.

"Ho sposato la linea della società. Nei ragazzi ho trovato disciplina e disponibilità, il potenziale s’è visto subito. Ghedjemis voleva andare via e ho chiesto di tenerlo, mancava un play di riferimento e mi hanno preso Calò che avevo a Cosenza ma la società volle cederlo".

Il suo concittadino Indro Montanelli disse ai giovani: 'Combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne: quella di ogni mattina, davanti allo specchio'.

"Fantastico, mi ci rivedo. È morto a luglio 2001, quando io iniziai ad allenare. Noi fucecchiesi lo apprezziamo di più ora".

Siete stati l’unica squadra a giocare col 4-3-3.

"Con questi giocatori si poteva fare questo calcio verticale, dinamico. Siamo ganzi. Non spensierati, abbiamo un’idea precisa, ricercata, che i giocatori hanno compreso e realizzato al meglio. Ci mettiamo coraggio, non mi piace vedere una squadra che si abbassa, si chiude e si difende: bisogna andare in avanti, alla ricerca del duello, del gol, con i terzini che si accentrano e difensori a fare uno contro uno". 

Che poi è il calcio che fanno le grandi in Europa.

"L’idea è quella che abbiamo visto nel Bayern o nel Psg, pur con una qualità inferiore, ovvio. Ma conta l’idea. Mi piace Luis Enrique, mi piace Emery. Ma mi piace anche una squadra di terza serie olandese che guardo spesso perché non si capisce cosa fanno, con i giocatori che corrono ovunque: fantastici". 

Lei studia di tutto.

"Stacco solo quando torno a casa. Ma lunedì vado a Empoli a vedere la Ferruzza, la squadra di Amatori del mio quartiere, che ha la finale. Con gli amici di sempre. E poi il 24 c’è il Palio, non lo vinciamo dal 1981, dobbiamo farcela. Io sono sempre quello, gli amici restano". 

In quanti sono venuti da Fucecchio venerdì per la promozione?

"Un centinaio".

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