Tra le pareti scrostate dell’Avana, l’ex pugile bolognese trasforma il ring in una lezione di vita. Il tour nei cinema da Milano a Catania
In una Cuba erosa dal tempo, dai disagi, dall’embargo, dalle utopie fallite, un ex pugile italiano, Samuel Fabbri, insegna a boxare ai ragazzini. E lo fa come può: corde adattate per circondare il ring, bottigliette piene di sabbia per fare da pesi e pazienza se a casa non c’è acqua, ci si aiuta gli uni con gli altri. A tu lado non è un documentario tecnico sul pugilato, racconta il tentativo di avvicinare allo sport i più giovani in un contesto in cui sembra esserci poco fuori dalle pareti scrostate della palestra.
Basti l’inquadratura di due giovanissimi che conversano sullo sfondo di un gigantesco condominio smangiato dal tempo, cui fa da contraltare l’inquadratura successiva e opposta, con l’oceano che si spalanca a far da metafora dei sogni di una vita migliore, magari altrove (siamo a Cuba, o si resta e si combatte, in vari sensi, o si scappa). La sola alternativa è lanciare piccioni dal solaio di casa (e qui non si può non pensare alla passione per i piccioni di un certo Mike Tyson). Del resto, più che la boxe in sé stessa, alla regia di Cristiano Regina interessano le persone, le relazioni fra loro, i volti, le reazioni colte di sorpresa, il contesto famigliare, i sogni e gli ostacoli. Il tutto intrecciato con i contatti fra Samuel e l’Italia, caratterizzati dalla consapevolezza delle difficoltà, dalla necessità di “stare dove si deve stare”: bella, in questo senso, l’idea di Regina di inquadrare le reazioni dei ragazzini mentre l’allenatore tiene loro un discorso che non riguarda specificatamente il tirar pugni.
Pane
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Merita davvero la visione questo lavoro - girato prevalentemente a l’Havana tra il 2023 e il 2025 - di un filmaker napoletano classe 1977, da sempre impegnato nel cinema sociale, inteso come esplorazione della realtà e che qui ha voluto raccontare una generazione alla ricerca della propria identità in un Paese spesso ridotto a stereotipi e, in questi mesi, ancora più sotto pressione. In particolare il regista si concentra sul Gimnasio de Boxeo Centro Habana che, da oltre 20 anni, accoglie giovani atleti come alternativa alla strada, spronandoli a sognare in grande, dentro e fuori dal ring: la palestra è un microcosmo resistente, che riflette la Cuba contemporanea, dove si fa la fila per il pane e dove gli adolescenti si confrontano con le proprie famiglie, gli amici e gli allenatori in un racconto che mostra sempre grande tatto. E che mette in luce l’attenzione di Fabbri per le persone prima che per i potenziali pugili.
Strada
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“Ho iniziato a praticare la boxe relativamente tardi, all'età di 30 anni - spiega il regista - ma mi sono subito appassionato a questo sport, che è un'arte, una danza, una filosofia. Amando sopra ogni altra cosa la boxe e il cinema, mi sono reso conto che entrambi richiedono coraggio e l'accettazione di affrontare fisicamente il mondo. Attraverso il giornalista Ruggero Tantulli, ho conosciuto Samuel Fabbri, un italiano che si è lasciato alle spalle il proprio passato, si è trasferito a Cuba e ha aperto una palestra di boxe nel centro dell'Avana, non per motivi sportivi, ma sociali. Un pioniere? Un idealista? Di sicuro, per dare forma alla propria utopia, ha accettato il rischio di fallire, e in questo modo è riuscito a costruire qualcosa di potente, una comunità che ogni giorno accompagna i giovani pugili attraverso vittorie e sconfitte, dentro e fuori dal ring”. Al centro gli adolescenti Haiffer e Adrialis “che sono diventati naturalmente i nostri protagonisti: due temperamenti opposti, ma con gli stessi silenzi e sguardi profondi”.
In sala
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“Con i ragazzi – prosegue l’autore - abbiamo lavorato sulla qualità del tempo trascorso insieme, costruendo un laboratorio di autonarrazione preparatorio al film, che li ha accompagnati in un’esperienza unica a livello estetico, empatico, intellettuale e sociale. In questo modo, abbiamo trovato ritmo e prospettive che facessero emergere nel documentario qualcosa di più complesso della semplice osservazione del reale e tantomeno la sua messa in scena. Tutto il cast tecnico ha attraversato le stesse mancanze, le stesse assenze, gli stessi imprevisti dei nostri protagonisti, rimanendo in ascolto di quanto è accaduto attorno a noi negli anni di sviluppo e produzione del film, per restituire una comunità e un contesto quanto più autentici possibile. Dove la boxe è metafora, una disciplina, ma soprattutto una visione della vita, una lente attraverso cui osservare il mondo e, in particolare, l’utopia resistente della nazione cubana.” “A tu lado” sta girando in questi giorni l’Italia: il 22 aprile sarà all’Anteo di Milano (in sala insieme al regista ci saranno Emiliano Pepe e La Pina), il 23 a Livorno (al cinema 4 Mori), il 25 a Roma (al cinema Aquila) e poi Reggio Emilia, Venezia, Catania, Firenze, Torino. Non perdetelo.










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