Vinnie Pasquantino, capitano di un'Italia che è già nella storia del baseball azzurro

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Tre fuoricampo con il Messico festeggiati a espressi, adesso cerchiamo la semifinale battendo Portorico

Mario Salvini

Giornalista

13 marzo 2026 (modifica alle 12:39) - MILANO

Chissà come ha dormito, l’altro ieri notte, Vinnie Pasquantino. Veniva da chiederselo, perché dev’esser stata una delle notti più belle della sua vita, e soprattutto perché l’ha passata a trangugiare espressi. Se lo fai, però, se glielo chiedi, ne ricavi una risata. “Ho dormito bene, sono un bevitore di caffè”. Non lo rendono nervoso, anzi. Si direbbe gli diano forza. Vinnie Pasquantino, detto Pasquatch, 1.91 per 108 chili, sulla maglia azzurra ha la C. Dell’Italia è il capitano e il volto, leader più caciarone che silenzioso. Viene da Richmond, Virginia, gioca a Kansas City, dove per fare il prima base e il battitore di potenza gli danno 11 milioni di dollari l’anno. Quanto conta nella squadra lo spiegano le prodigiose spaccate – con quel fisico – in cui si esibisce in prima come nemmeno Vanessa Ferrari. E lo racconta un aneddoto. Dopo la seconda partita di questo Classic, il 7-4 alla Gran Bretagna, in battuta era 0 su 7. Al manager Francisco Cervelli hanno chiesto se avesse intenzione di cambiarlo. E lui: “No, è troppo importante. Si farà notare…”. Nella prodigiosa vittoria con gli Usa, Vinnie è andato a 0 su 5, per un triste totale di 0 su 12. In tutta risposta Cervelli contro il Messico lo ha spostato dal terzo al quarto posto dell’ordine di battuta, quello del bomber, del (presunto) risolutore. Doveva farsi notare, no? Lo ha fatto. Nessuno, in sei edizioni del Classic, aveva mai battuto tre fuoricampo in una partita, non uno statunitense, né un dominicano o un giapponese. Fino all’altro ieri sera e a lui, Vinnie, Capitan Italia. 

Riti italiani

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L’ha schiantata tre volte in mezzo al pubblico di Houston, per la vittoria sul Messico che ci ha lanciati ai quarti. “E il bello è che anch’io non avevo mai battuto tre homer in una partita”, ha rivelato. Mai in MLB. “Mai nemmeno al College, neanche in Little League, da bambino”, ha aggiunto al telefono. Con una rivelazione: “Sono venuti quelli della Hall of Fame, vogliono la mia mazza per il museo di Cooperstown. Gli ho detto che gliela do la prossima settimana. Mi serve ancora qui”. Per l’Italia. Per quelle legnate premiate coi caffè che sono diventati il nostro marchio. Bisogna spiegare. Tre anni fa durante il quarto col Giappone fu inquadrato Michele Gerali, il coach che della macchina del caffè in dugout fu l’ideatore. L’immagine con l’espresso in mano diventò un meme in tutto il mondo. Quindi bis, con aggiunta ispirata proprio da Pasquantino. Ad ogni fuoricampo l’autore si beve un caffè alla goccia, in un sorso. Da qui l’overdose di Vinnie mercoledì notte. A tutti gli altri è lui ad offrirlo, con l’aggiunta di due bei bacioni. E sulla macchina ogni volta viene appiccicato un numero adesivo, una tacca per ogni fuoricampo-e-caffè. Così che durante il 9-1 ai messicani si sono aggiunti 9-1-9-9, uno per Jon Berti, in mezzo al trionfo personale di Pasquatch. E non è che uno dei riti. Gli azzurri celebrano battute e giocate difensive col gesto del “ma che dici” già magnificato anche durante la cerimonia d’apertura di Milano Cortina. Un marchio di italianità nel mondo a cui Pasquantino tiene molto, perché è un modo di stare vicino a nonno Denny che, ha sorriso: “nelle mie domeniche di bambino mi ha cresciuto con le tradizioni italiane, mi ha raccontato dei suoi genitori”. Della famiglia che originariamente si chiamava Pasquantonio ed è partita da Ofena, in provincia dell’Aquila. “Qui in questo torneo che non è secondo a niente al mondo, è bello giocare per quello che abbiamo scritto davanti, “Italia”, e per quello che è sulla schiena. Non per noi stessi, per le nostre famiglie”. Per nonno Denny che lo chiama ogni giorno. “Vuole sapere tutto” dello spogliatoio, della squadra, e di un altro rito da lui ideato. Vinnie a Houston s’è presentato con una cassa di bottiglie di vino. Dopo ogni partita ne regala due ai migliori in campo. Tra gli altri a Samu Aldegheri per la vittoria sul Brasile, a Nori per quella sulla Gran Bretagna, a Lorenzen e Caglianone per il trionfo sugli Usa. Mercoledì notte ne ha consegnata una ad Aaron Nola, l’altra a Marco Mazzieri. “Sapevo di meritarla io, l’ho data al presidente a titolo personale, perché ha reso possibile tutto questo”. E allora Nola gli ha riallungato la sua: “Tienela Vinnie, una devi averla tu".

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