Verso il referendum il 22-23 marzo, il governo va avanti ma è già pronto il ricorso

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Prosegue la battaglia sulla data del referendum sulla giustizia. Il governo tira dritto sull'ipotesi delle urne aperte il 22 e 23 marzo, ma le opposizioni protestano. E mentre prosegue spedita la raccolta di firme popolari, il 'comitato dei 15' si dice pronto a fare ricorso qualora l'esecutivo proceda a fissare l'appuntamento prima del 30 gennaio. Un muro contro muro appare così inevitabile.

Il referendum sarà "presumibilmente nella seconda metà di marzo", taglia corto il Guardasigilli Carlo Nordio. Scenario confermato da diverse fonti di governo, che indicano il 22-23 marzo come la data più probabile. Manca solo l'ufficialità. E la scelta - sottolineano le stesse fonti - verrà presa in Cdm entro il 17 gennaio.

Il governo sceglie così di procedere nell'interpretazione 'stretta' della norma, secondo cui la data va fissata entro sessanta giorni dall'ordinanza con cui la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari (il 18 novembre scorso). Dai piani alti dell'esecutivo spiegano che il Cdm sarà chiamato a rispettare questo termine. "Ci muoviamo nei limiti previsti dalla legge", sottolineano fonti qualificate. Di tutt'altro avviso i 15 cittadini che hanno avviato la raccolta firme, sostenuta in modo compatto dalle opposizioni.

"Qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa sulla raccolta firme - spiega il portavoce del comitato Carlo Guglielmi - sarebbe un atto in violazione della Costituzione. E come tale lo impugneremo in ogni sede". Insomma, la battaglia legale è già pronta. E si fonda su una "prassi costituzionalmente orientata" - spiegano i promotori - secondo cui la la data del referendum può essere fissata solo al termine dei 90 giorni dati ai cittadini per raccogliere le firme dopo la pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In questo caso, il 30 gennaio. Il 'Comitato dei 15' è pronto dunque a presentare ricorso, e non solo al Tar.

Ed è proprio su eventuali ricorsi che si era acceso nei giorni scorsi il faro del Colle, che aveva sollecitato l'attenzione dell'esecutivo. Nessuna opposizione del presidente Sergio Mattarella sulla firma del decreto di indizione, solo dubbi sulla tempistica e possibili impugnazioni. Dopo la decisione presa nell'ultimo Cdm di non forzare sulla data del primo marzo, è Nordio a tornare sulla scelta. Il Quirinale - spiega il Guardasigilli - "è sempre il nostro interlocutore più autorevole, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Ma in questo caso le nostre considerazioni sono state motivate dalla novità dell'iniziativa di raccolta delle firme". Iniziativa - sottolinea tuttavia il ministro - di cui "non si vedeva la ragione".

Mentre Nordio continua a pungere l'Anm, accusandola di "avere paura" e di "sottrarsi al confronto", monta la protesta delle opposizioni. A partire dal presidente del M5S Giuseppe Conte.

"Nordio oggi ha detto che l'iniziativa dei cittadini è 'superflua'", scrive il pentastellato. Che in un post al vetriolo si rivolge direttamente al ministro: "Noi sulla giustizia firmiamo e non ci sentiamo 'superflui''". Conte lancia nuovamente l'appello per spingere una raccolta che sfiora le 200 mila sottoscrizioni. Soddisfazione anche dal Pd. Che con la responsabile Giustizia Debora Serracchiani incalza: "l'esercizio democratico della raccolta delle firme è per il ministro poco più che un fastidio e la fissazione della data del referendum sembra ormai un fatto più personale che politico e tale da giustificare anche il mancato rispetto delle regole".

Le opposizioni guardano già alla piazza del 10 gennaio, la data promossa dal Comitato 'Società civile per il No' guidato da Giovanni Bachelet. E si compattano soffiando sulla partecipazione. Mentre l'Unione Camere Penali Italiane attacca: "la raccolta delle firme contro la riforma Nordio è una fuga dal referendum". 

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