In una lunga intervista al Corriere della Sera, il coach di Jannik ha svelato vari retroscena sul numero uno al mondo: "Quando ci incontrammo mi disse che voleva diventare il numero uno al mondo. Mi sarebbe piaciuto vederlo giocare contro McEnroe"
Simone Vagnozzi mescola tennis, cinema e psicologia. Nella lunga intervista al Corriere della Sera, il coach di Sinner cita Scorsese, sgancia aneddoti e racconta Jannik da un’altra prospettiva: quella del box, l’angolo “con cui i tennisti se la prendono sempre ed è normale. Ma è una vera tortura anche per noi allenatori, perché non puoi dire troppo. Ogni parola deve essere subito compresa nel modo giusto”. Anche se con l’altoatesino è tutto decisamente più facile perché “lui vuole al suo fianco persone che gli dicano ciò che lui non vuole sentirsi dire. Magari non si direbbe, ma è pure un tipo focoso, anche se sa gestire bene le sue emozioni. Ha doti innate: non si diventa puledri se si è ronzini”.
primo incontro
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Jannik ronzino non lo è stato mai: “Quando l’ho incontrato per la prima volta era il 2022: il suo manager Vittur, mio testimone di nozze, mi chiamò e mi mise in prova, ed evidentemente ha funzionato. Si vedeva subito che aveva talento e voglia di fare bene. Speravo non mi dicesse che era contento di essere il numero 10 del mondo. E così fu: voleva diventare il primo. Faticava con Nadal, Djokovic, Tsitsipas, bisognava migliorare tante cose per diventare leader: dimensione fisica, muscolare, mentale. Oggi è completamente diverso. Lui è un lavoratore pauroso, l’avrò motivato giusto due o tre volte in cinque anni: non lo prende mai la presunzione che avrebbe il diritto di avere. Reagisce e accetta sempre ciò che gli si dice”. Anche nei momenti bui, come durante lo stop per la vicenda Clostebol: “Un momento difficile, lì non capisci cosa sta succedendo perché non ne hai colpa. Ma noi tennisti siamo abituati a vedere il bicchiere mezzo pieno e rivoltare le frittate. Sei stato eliminato presto al Roland Garros? Avrai più tempo per preparare Wimbledon. Ti hanno squalificato? Potrai ricaricarti e riprendere energia. E Jannik è un fenomeno nel cancellare ciò che è fuori quando scende in campo. Conta solo la partita”.
IL MALESSERE A PARIGI E CAHILL
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A proposito del Roland Garros: “A Parigi c’era una temperatura proibitiva e Jannik è arrivato lì con un significativo carico fisico e mentale. Non c’è un singolo fattore per questi malesseri, dobbiamo conviverci. Questi ragazzi non sono automi: il caldo, la stanchezza e la tensione possono combinarsi”. Meglio osservare allora gli enormi passi avanti rispetto al 2022: “Al servizio, ad esempio, ma anche la tattica: la sensibilità con la quale legge ogni colpo e seleziona le scelte si è ampliata. Tutto è studiato. Il servizio, ad esempio: prima serviva la seconda sotto i 150 chilometri orari e nel 95% dei casi sul rovescio dell’avversario: ora sfiora i 160 e diversifica molto, così da sorprendere”. E da far spellare le mani a Simone Vagnozzi e il collega Darren Cahill: “Con lui abbiamo trovato la giusta misura perché condividiamo la medesima visione: bisogna essere intelligenti e umili, mai mostrare conflitti davanti al giocatore. Se c’è qualcosa che non va bisogna parlarne dietro le quinte, e bisogna saper fare passi indietro: a volte vuoi dire una cosa ma non lo fai perché è più giusto che lo faccia l’altro”.
sconfitte
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Vagnozzi non pronostica, ma butta lì una fantasia: “Se dovessi immaginare un match fra Sinner e un big del passato, sceglierei McEnroe. Sarebbe una partita fra due modi di giocare e due caratteri, l’uno impassibile e l’altro fuoco puro: ne uscirebbe un match indimenticabile. E non si direbbe, ma Jannik è focoso: il punto è che sa gestire bene le sue emozioni”. Poi c’è spazio per riavvolgere il nastro e raccontare il proprio amore per il tennis: “Passavo sempre con mio padre davanti a un circolo, e un giorno gli ho detto che volevo praticarlo. La prima gioia sportiva fu la Coppa Baby Davis, lì mi resi conto che potevo puntare al livello nazionale. La prima delusione contro Lorenzi, in un Challenger che persi 4-6 7-6 7-6. Una partita infinita, durò quattro ore. Non la dimentico”. Anche perché non tutte le sconfitte sono uguali, anche da coach: “Alcune aiutano a migliorare. Quando perdemmo con Alcaraz a New York ci siamo messi lì a cambiare il movimento del servizio e a sistemare aspetti tecnici. Il giocatore che perde, se è intelligente, è più disposto a lavorare per correggerti. Soprattutto se vuole diventare il numero uno. O restarlo”.
SLIDING DOORS E SCORSESE
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C’è anche tanto cinema, nei paragoni di Vagnozzi: “Come sono passato da un comune di 2277 abitanti a Wimbledon? Ci ho pensato migliaia di volte: ci sono seimila coincidenze che possono decidere il destino. L’esistenza di ciascuno è affidata al caso, è davvero come Sliding Doors”. C’è pure spazio per Scorsese: “La notte del suo film Fuori Orario è il mio viaggio a Birmingham, a tredici anni: dovevo giocare un torneo giovanile, mi trovai ad andare da Ancora a Milano in auto con mio padre invece che in aereo, poi presi un volo per Londra da solo, infine andai sul treno per Birmingham dove arrivai alle due di notte e trovai gli ubriachi che mi parlavano in inglese. Quando arrivai al torneo avevo 39 di febbre. Tutto storto”. Poi le sliding doors hanno aggiustato tutto. A proposito, il caso conta ma il lavoro di più: “Può esistere un giocatore forte e stupido. Ma non potrà mai esistere un campione stupido”.









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