Dopo la deludente prestazione con l'Australia, i turchi troveranno Paraguay e Stati Uniti. Calhanoglu: "Non è finito nulla"
Le ultime parole famose le aveva pronunciate Hakan Calhanoglu prima di incrociare i canguri: “Domineremo l’Australia perché siamo più forti tecnicamente…”. Non è andata esattamente così ed ora l’ambiziosa Turchia si è infilata in un vicolo pericolosissimo: il rischio flop è grosso, anche perché, dopo aver incrociato il Paraguay a San Francisco, giocherà a Los Angeles contro gli States, spinti dal vento di casa e nel catino interattivo del SoFi Stadium. Il tonfo con l’Australia sa tanto di tragedia nazionale, anche perché un intero popolo di oltre ottanta milioni di persone ha atteso l’alba, con raduni di massa che hanno fatto il giro dei social, come si conviene a un evento atteso 32 anni. La Turchia mancava ad altezze mondiali dalla storica cavalcata del 2002, arrivata fino in semifinale, e il tonfo di Vancouver alla prima partita del girone non rappresenta soltanto un passo falso, ma il primo vero momento di crisi per il progetto costruito da Vincenzo Montella negli ultimi due anni. E’ completamente mancato un piano B, come ha dimostrato lo svolgimento della pellicola: la Turchia ha dominato il possesso del pallone e ha prodotto un volume offensivo nettamente superiore rispetto agli australiani, ma insistito sempre e solo sullo stesso spartito, senza sfondare sugli esterni. Alla fine, il 2-0 sul tabellone è una sentenza tombale, nonostante circa trenta conclusioni tentate: Montella è, infatti, finito nella trama dei canguri che hanno applicato un piano fatto di difesa solidissima e ripartenze con le proprie frecce davanti.
troppo uguali
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Serviva dell’altro, insomma, per far fruttare la famosa superiorità tecnica e, invece, il possesso è stato sterile, il fraseggio lento e prevedibile. Negli ultimi trenta metri, soprattutto, la squadra è apparsa incapace di trovare soluzioni alternative quando l’Australia ha chiuso la serranda. Serviva un apriscatole, qualcuno che riuscisse nell’antica arte dell’uno contro uno: reduce da infortunio e non ancora al meglio, lo juventino Yildiz ha potuto farlo solo nei secondi 45’. Ha attratto palloni e alzato il livello di pericolosità, ma è mancata la giocata giusta, la scintilla capace di cambiare il corso degli eventi. Arda Guler, il simbolo della nuova generazione turca, è stato il giocatore più cercato dai compagni e il principale creatore di gioco, ma è stato spesso isolato e costretto a ricevere la palla lontano dalla porta. La sensazione è che l’intero sistema offensivo sia dipeso eccessivamente dalle intuizioni dei singoli.
i due sultani, calha e vincenzo
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A Montella contestano, poi, il ritardo nei cambi e, soprattutto, il fatto di non aver usato la carta più ardita: per Can Uzun, gioiellino dell’Eintracht Francoforte di difficile collocazione tattica vista la contemporanea presenza di Arda Guler, nemmeno un minuto. Nel dopopartita lo stesso Aeroplanino ha ammesso che la squadra ha, comunque, sofferto la forza atletica degli australiani, soprattutto nei duelli individuali e nelle situazioni aeree: non è un problema che nasce oggi, ma antico e legato alla struttura stessa della squadra che ha qualità tecnica fuori scala, ma contro avversari organizzati e fisicamente aggressivi si rischia. Trovare contromisure al sistema difensivo predisposto da Tony Popovic non era facile e il tecnico ha già dimostrato di avere mano saldissima sulla squadra per trovare correttivi. Così a fine gara ha aggiunto: “La partita non si è sviluppata come avevamo immaginato dal punto di vista tattico. Forse, in alcune situazioni, avremmo potuto fare qualcosa di diverso e questo avrebbe potuto cambiare l'andamento della gara. Siamo comunque molto orgogliosi della prestazione. I ragazzi hanno giocato con coraggio e personalità. Se continueremo a esprimerci in questo modo, sono convinto che riusciremo a raggiungere i risultati che cerchiamo”. Di certo, anche i proclami prepartita di Calha non hanno aiutato, anzi sono stati utilizzati come moltiplicatore di motivazioni per i Socceroos. Lo stesso interista, a fine gara, è tornato sull’argomento senza innescare nuove micce: “Lo avevo detto anche il giorno prima della partita: sapevamo che gli avversari avrebbero cercato di sfruttare i lanci lunghi verso la punta. Ne eravamo consapevoli, lo avevamo preparato. Commettere questi errori, pur sapendo cosa aspettarci, non è da noi. Nel complesso, però, abbiamo dominato la partita. Iniziare un torneo con una sconfitta non è mai positivo, ma a volte una battuta d’arresto può servire per rialzarsi e reagire. Da questo momento tutti devono giocare con più voglia, più determinazione e più disciplina. Non è finito nulla”.
ora erdogan?
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Ben più del capitano, anche lui tornato da un infortunio, e del centrocampo che Calha ha governato, nel tritacarne turco è finita tutta la fase difensiva, che ha mostrato limiti inattesi: pur concedendo poco in termini quantitativi, la Turchia ha pagato a caro prezzo ogni disattenzione. Il gol di Irankunda è nato da una situazione in cui la squadra era sbilanciata in avanti, mentre la rete di Metcalfe nel momento di massimo assalto. Il centrale più contestato è una vecchia conoscenza dell’Italia, Merih Demiral, accusato di aver un po’ mollato il colpo da quando sverna in Arabia. L’ex atalantino, a fine gara, è andato oltre, centrando un punto chiave: "Siamo molto tristi, ma il calcio è così. Io vengo in nazionale da anni: ci sono stati giorni belli e giorni difficili. Però sapete che nel nostro Paese, quando arrivano i momenti negativi, tutto viene amplificato, e quando arrivano quelli positivi, si viene portati troppo in alto. Bisogna trovare il giusto equilibrio”. Ecco, esattamente, lo sfondo di ogni analisi: c’è la diffusa sensazione, confermata da dentro, che la squadra non sia riuscita a gestire la pressione dell’esordio. Già alla vigilia Montella aveva parlato apertamente del rischio di lasciarsi travolgere dall’emozione del ritorno al Mondiale, invitando i suoi a mantenere lucidità e concentrazione. Non facile considerando il contesto politico in patria, perfino papà Erdogan prima del match aveva lanciato il suo messaggio alla nazione. “Che il vostro cammino e la vostra sorte siano propizi, che ogni vostro colpo sia gol…”, tuonava il presidente. Come l’avrà presa adesso?









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