
I primi test rivelano un rallentamento della crescita tumorale nel 70% dei casi, con un corrispondente aumento della sopravvivenza
Daniele Particelli
29 agosto - 22:29 - MILANO
Il glioblastoma è il tumore cerebrale ancora oggi più aggressivo e diffuso negli adulti. Le stime più recenti ci dicono che colpisce in media 1.200-1.500 persone ogni anno in Italia, con un picco tra i 45 e i 70 anni. Nonostante i progressi fatti negli ultimi decenni nella chirurgia, nella radioterapia e nei protocolli di chemioterapia, la prognosi per chi viene colpito da glioblastoma resta infausta: la sopravvivenza media dopo la diagnosi è di appena 12-18 mesi, e meno del 5% dei pazienti è vivo a cinque anni dalla diagnosi. Questo accade perché la capacità del tumore di infiltrarsi nei tessuti cerebrali sani rende impossibile la rimozione completa, un aspetto che contribuisce alle frequenti recidive.
Una nuova speranza per la lotta al glioblastoma arriva dall'Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, dove un team di ricercatori guidato da Serena Pellegatta ha messo a punto una terapia innovativa che sfrutta il sistema immunitario del paziente per combattere la malattia. I risultati dello studio, pubblicati su Nature Communications, sono incoraggiati e potrebbero aprire la strada a scenari fino a poco tempo fa impensabili.
Una nuova speranza contro il glioblastoma: potenziare i linfociti T “esausti”
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Il cuore della nuova strategia è rappresentato dai linfociti T infiltranti il tumore (tr-TIL), le cellule immunitarie che sono già presenti nel glioblastoma, ma in numero ridotto e indebolite dall'ambiente immunosoppressivo che il tumore stesso crea. In laboratorio i ricercatori dell'istituto milanese hanno sviluppato un protocollo per isolare queste cellule, farle proliferare e potenziarle, preservando la loro memoria immunologica.
I tr-TIL, nello specifico, vengono selezionati attraverso un marcatore (CD137) e stimolati in condizioni controllate. Bloccando anche la proteina PD-L1, utilizzata dal tumore per “camuffarsi” e sfuggire alle difese immunitarie, i linfociti potenziati diventano ancora più efficaci nell’attaccare le cellule cancerose.
Il processo inizia già in sala operatoria. Durante l’intervento chirurgico, i neurochirurghi prelevano del tessuto tumorale contenente linfociti T grazie a strumenti di precisione come il dissettore a ultrasuoni. Quel materiale viene in seguito trasferito nei laboratori del Besta, dove le cellule vengono isolate ed espanse secondo protocolli conformi agli standard internazionali Good Manufacturing Practices (Gmp), requisito indispensabile per un futuro utilizzo clinico.
I risultati dello studio sul glioblastoma
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Lo studio condotto a Milano ha coinvolto campioni prelevati da 161 pazienti con glioma diffuso. Nei modelli animali l’infusione dei tr-TIL potenziati ha prodotto risultati promettenti: nel 70% dei casi è stato osservato un rallentamento della crescita tumorale, con un corrispondente aumento della sopravvivenza.
Dopo questi primi e incoraggianti risultati, il prossimo passo dei ricercatori italiani sarà lo studio clinico ReacTIL, che valuterà la sicurezza e l’efficacia della terapia direttamente nei pazienti con glioblastoma. Se i risultati saranno confermati, si aprirà la strada a un approccio terapeutico personalizzato che potrebbe affiancare la chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia.
"La terapia con tr-TIL ha il potenziale per diventare un’opzione concreta per i pazienti. Finora l’immunoterapia non ha dato grandi risultati per il glioblastoma, ma il nostro approccio è diverso: sfruttiamo cellule già addestrate a riconoscere il tumore stesso", ha dichiarato Serena Pellegatta. Entusiasmo anche da parte di Francesco Di Meco, direttore del Dipartimento di Neurochirurgia del Besta e dell’Università di Milano, secondo il quale "questo studio getta le basi per una possibile applicazione clinica, offrendo nuove prospettive terapeutiche ai pazienti".