Tenley Albright: “Nel '56 a Cortina danzavamo all'aperto. E quando volevano tagliarmi un pattino...”

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La statunitense, campionessa 70 anni fa, presente a Milano: “Piuttosto tagliatemi un piede, dissi ai soccorritori. Poi arrivò mio padre chirurgo dall'America. Vorrei incontrare Carolina Kostner”

Andrea Buongiovanni

Giornalista

17 febbraio - 07:50 - MILANO

A Cortina 1956 incoronò 48 campioni olimpici. Diciassette hockeisti su ghiaccio sovietici compresi. Settant’anni più tardi, solo quattro di loro sono ancora vivi. La vincitrice della discesa libera, la 95enne svizzera Madeleine Chamot-Berthod, la più anziana e tre pattinatori di figura: gli statunitensi Tenley Albright e Hayes Jenkins, '90 e '92, oro nell’individuale femminile e maschile e l’austriaca Sissy Schwarz, 89, nelle coppie di artistico. Una, la signora Albright, sarà al Forum per la gara delle donne e il Gala. Al telefono, da Boston, prima della partenza, la voce è squillante e il pensiero lucidissimo. 

Signora, come sta? 

“Bene, grazie. Sono molto emozionata. Ma mi scusi, prima di cominciare, posso farle una domanda?” 

Ci mancherebbe. 

“Lei è proprio di Milano?” 

Nato, cresciuto e residente. Perché? 

“Perché a Milano ho disputato la mia prima gara internazionale e anche se ero poco più che una bambina e non ci sono mai più tornata, ho tanti bei ricordi”. 

Davvero? 

“Sì, il palazzo del ghiaccio era bellissimo, con marmi, cristalli e una balconata”. 

Non poteva che essere il Piranesi. 

“Ecco come si chiamava, proprio così. Non c’era ancora la Zamboni, il ghiaccio veniva rifatto a mano. Ma una pista così piena di fascino non l’ho più vista”. 

Ho amato tutto di Cortina, ai Giochi di 70 anni fa. Il Villaggio, lo scenario che si ammirava dalla pista, il tripode, la gente, l’ospitalità. Mi sembra ieri

Si riferisce, allora, ai Mondiali del 1951? 

“Esattamente, avevo 15 anni, finii sesta. Che meravigliosa esperienza. Ricordo anche la Cattedrale, in centro…”. 

Il 21-23 febbraio cadrà il 75° anniversario di quei giorni, ci crede? 

“Quanto mi piacerebbe tornare in quel luogo, rivedere il Piranesi”. 

Nel 2002, dopo 80 anni di attività, ha purtroppo chiuso i battenti. Ma la struttura c’è ancora e gli spazi della pista, in qualche modo, sono riconoscibili. 

“Intanto sono certa che i prossimi saranno per me giorni splendidi”. 

Non le pesa viaggiare, alla sua età? 

“La passione per il pattinaggio mi fa superare le difficoltà. A novembre sono stata a Lake Placid per Skate America e a gennaio a St. Louis per i campionati statunitensi: che spettacolo”. 

È affezionata all’Italia? 

“E come non potrei? Ho amato tutto di Cortina, ai Giochi di 70 anni fa. Il Villaggio, lo scenario che si ammirava dalla pista, il tripode con la fiamma, gli inni, le bandiere, la gente, l’ospitalità. Mi sembra ieri”. 

Fu l’ultima Olimpiade in cui, nella figura, si pattinò all’aperto. 

“Con lo scenario unico delle montagne a due passi. Spesso faceva freddo e il vento ci costringeva a tornare al coperto. Ma il giorno delle gare splendeva il sole”. 

È vero che fu a un passo dal rinunciare? 

“Per ambientarci, arrivammo a destinazione con due settimane di anticipo. In un allenamento, a una decina di giorni dal via, caddi male sulla caviglia sinistra. Dovettero aiutarmi a rialzarmi. E non riuscii a sfilarmi il pattino. Qualcuno disse: 'Tagliamolo'. 'Piuttosto tagliatemi la gamba, il pattino mi serve per gareggiare'”. 

Come risolse? 

“Dapprima col mercurio cromo. Poi, dagli Stati Uniti, arrivò mio padre Hollis, rinomato chirurgo. Mi fece un bendaggio. Anche troppo stretto. Faticavo a muovermi”. 

E? 

“Purtroppo, dovetti seguire la cerimonia di apertura dalla finestra della mia stanza. Ma la mente, a volte, è più forte del fisico. Lo so bene io che a 11 anni, colpita dalla poliomielite, fui costretta a letto per mesi. Mi presentai sul ghiaccio. Qualcuno tra il pubblico, mentre già ero in pista, mi diede un bacio su una guancia. Era contro le regole, ma mi diede un enorme sostegno”. 

Per il libero scelse un costume color fragola cucito da sua nonna e una ghirlanda di fiori in testa… 

“Dopo quel successo, per un po’ di mesi, ricevetti 75 lettere alla settimana”. 

Qualche commentatore sottolineò che avrebbe meritato di più la sua connazionale Carol Heiss, d’argento. 

“Ricordo le polemiche, nel pattinaggio non sono mai mancate. Dicevano che prevalsi perché provenivo da una famiglia borghese, mentre Carol aveva genitori tedeschi. La rivalità, per un po’ di anni, è stata molto accesa”. 

Poi? 

“Carol, prima di diventare attrice, ha vinto cinque Mondiali consecutivi e, soprattutto, l’oro dei Giochi di Squaw Valley 1960. Hayes Jenkins, che a Cortina si impose tra gli uomini, è diventato suo marito. Abbiamo la fortuna di godere ancora tutti di buoni salute. E Carol ed io, da una vita, siamo grandi amiche. Quando ci incontriamo alle gare è sempre un’immensa gioia”. 

Dopo gli studi ad Harvard, anche lei è stata un’importante chirurga. 

“Mi laureai poco dopo l’oro olimpico e nel 1961 sposai il figlio del Governatore del Maine. Ho tre figlie. Una mi ha accompagnata ai Giochi di Torino 2006”. 

Quando tornò a Cortina dopo 50 anni… 

“Entrammo nello stadio olimpico alle 14, alla medesima ora del libero del 1956. In pista rividi le stesse luci, le stesse ombre. Quei ricordi non erano frutto dell’immaginazione. Rividi anche Fiorella Negro, una delle due italiane in gara con me. Ho saputo che alcuni anni fa, purtroppo, è scomparsa”. 

Cosa si aspetta da Milano Cortina? 

“Il mio sport, negli anni, è stato rivoluzionato. Ma non nell’essenza. Faccio sempre l’esempio di Carolina Kostner, un’atleta che ha saputo coniugare gli aspetti tecnici con quelli artistici. Siete stati fortunati, voi italiani, ad avere una campionessa così. Secondo lei riuscirò a incontrarla?”.

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