Indietro non si torna. Anche perché non c'è più tempo. La maggioranza non cambierà la norma sui rimpatri dei migranti, inserita nel decreto sicurezza, e che ha sollevato gli scudi del centrosinistra, degli avvocati e dell'Anm. Da martedì il provvedimento sarà in aula, alla Camera, per l'ok finale. Ma nonostante sia blindato dalla fiducia, ha i giorni contati: va convertito in legge entro sabato o decade. Perciò nessun dietrofront dal governo e nonostante i distinguo del Consiglio nazionale forense, massima istituzione dell'avvocatura, coinvolta direttamente - a sua insaputa, sostiene e ribadisce il presidente Francesco Greco in un'intervista al Manifesto - e che prende le distanze dall'emendamento approvato al Senato. "Non c'è nulla da correggere", dice secco Marco Lisei, senatore di Fratelli d'Italia e 'padre' della novità.
E' suo l'emendamento, poi condiviso dagli alleati e presentato a marzo che incentiva i rimpatri volontari dei migranti con un compenso di 615 euro per l'avvocato che segue la pratica e purché il migrante torni davvero a casa. Nel testo, il Consiglio forense viene aggiunto alle organizzazioni internazionali di settore nella collaborazione con il Viminale sulla gestione dei rimpatri volontari assistiti. Contribuendo economicamente, per una spesa stimata in 246 mila euro da luglio di quest'anno e di 492 mila per il 2027 e il 2028. Il Consiglio però si smarca perentorio: dice di non essere stato informato né prima né durante o dopo (non risulta neanche nelle audizioni al decreto fatte al Senato) e insiste: "Le attività previste non rientrano tra le nostre competenze istituzionali". Perché, come chiarisce il presidente Greco, "possiamo pagare i dipendenti del Consiglio ma non gli avvocati". Per Lisei, nessuno scandalo.
Anzi. "La norma introduce una possibilità non un obbligo e comunque finora nessuno ha sollevato rilievi". Difende la novità pure il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan: "Oggi l'avvocato viene pagato dallo Stato soltanto se fa ricorso contro l'espulsione di un migrante. Insomma nessun legale perderà nulla e parecchi saranno invece pagati per una prestazione che oggi svolgono gratuitamente". Eppure il Consiglio forense confida ancora che la politica ci ripensi e aggiusti il tiro, forte del confronto che - assicura - sarebbe aperto con l'esecutivo. L'unico ad aprire uno spiraglio - con un impegno successivo - è il partito di Maurizio Lupi: "Ritengo doveroso prendere una chiara distanza" dall'emendamento, è la premessa di Gaetano Scalise, responsabile giustizia di Noi Moderati, convinto che sia "una forzatura normativa" contro "la funzione costituzionale della difesa tecnica". Quindi garantisce "un successivo intervento" perché la norma "venga rivista ed eliminata", previo confronto con l'istituzione degli avvocati.
Al di là del contenuto, fonti del governo chiudono la partita, gelidi: non c'è più tempo per modificare la norma. Un'ulteriore modifica costringerebbe il decreto a tornare al Senato per la terza lettura. Uno smacco impossibile da sostenere. Già così, per il nuovo pacchetto sicurezza del governo sarà una corsa all'ultimo fiato. Domani le commissioni apriranno le danze votando, dalle 11, la messe di emendamenti presentati: 1.231 delle opposizioni, tranne 8 dei deputati vannacciani. Seduta fiume convocata fino a mezzanotte e dal giorno dopo, in aula. A Montecitorio il voto di fiducia richiede due giorni. Poi toccherà agli ordini del giorno, step che conclude l'iter e che perciò le minoranze minacciano saranno numerosissimi. Fin da subito il decreto ha compattato le opposizioni - per Francesco Boccia "è autoritario e culturalmente fascista" - contrarissime all'ennesimo 'decretone' che sforna altri reati e limita diritti e libertà, a loro avviso. A partire dal fermo preventivo di 12 ore disposto per impedire che una persona considerata pericolosa manifesti in piazza, o lo scudo penale per chi commette un reato con una causa di giustificazione, in primis gli agenti. Contestata pure la spinta ai rimpatri dei migranti. "Non è altro che un bonus remigrazione", secondo Michela Di Biase del Pd. Per Davide Faraone, vicepresidente di Iv, "é l'ennesima prova di un governo più confuso che persuaso".
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