Roma è una città che non ha mai smesso di scrivere sui propri muri. Una storia affascinante che arriva fino alla street art di oggi, inclusa nei tour turistici. Stella Maresca, comunicatrice, art manager e grande esperta del settore ha dedicato a questo "La street art a Roma e dintorni. Le città dipinte: Viaggio tra i nuovi distretti creativi di Roma e del Lazio" , appena pubblicato da Efesto Libri, scritto con Antonio Doldo, prima guida e mappatura completa dedicata alla street art e alla poster art nella Capitale e nell'intera regione.
Un po' di storia
I graffiti di epoca romana rinvenuti a Pompei e nelle catacombe recano scritte che vanno dalla propaganda politica, “Caspius magistrato”, ad esclamazioni d’amore “Rufus ama Cornelia”, fino ad insulti veri e propri.
In epoca medievale, a partire dall’XI secolo i pellegrini in visita ai luoghi di culto erano soliti vergare sui muri la frase “hic fuit” (io sono stato qui) spesso accompagnata da invocazioni o preghiere.
Nel Rinascimento i graffiti sono utilizzati per decorare i palazzi patrizi a sottolineare l’importanza della famiglia che li abitava. Gli “sgraffi” richiedevano una tecnica preparatoria molto complessa: oggi queste decorazioni a graffito sono ancora visibili a Roma nel Palazzetto di Tizio da Spoleto a piazza Sant’Eustachio, la cui facciata presenta affreschi attribuiti a Federico Zuccari, in via della Lungara in cui alcuni “sgraffi” sono attribuiti a Raffaello e a piazza Fiammetta.
Le decorazioni murarie proseguono anche in età barocca e contemporaneamente si assiste ad una diffusione più capillare sul territorio di scritte spontanee In un’epoca dominata dalla magnificenza dei marmi policromi e degli ori, la Roma barocca nascondeva un linguaggio sotterraneo e potente. Sebbene il Barocco sia celebrato per le sue architetture monumentali, esisteva una "scrittura del sacro" incisa direttamente sui muri.
Per vedere queste tracce, si può percorrere l'asse Via dei Coronari - Via del Governo Vecchio - Via del Pellegrino. Questa zona, essendo stata per secoli il "cuore pulsante" del pellegrinaggio, conserva la maggior concentrazione di graffiti devozionali "spontanei" sui basamenti delle icone.
I graffiti a Roma durante il Settecento rappresentano una forma di espressione spontanea e spesso clandestina, lasciata da artisti, viaggiatori del Grand Tour e persone comuni sui monumenti antichi e sulle superfici della città. A differenza dei graffiti moderni, queste testimonianze erano incise o tracciate a matita/carboncino.
Durante il Ventennio Fascista, il muro divenne il principale campo di battaglia tra la propaganda del regime e la resistenza silenziosa (ma visibile) del dissenso. Di contro a una propaganda ufficiale che realizzava vere e proprie imposizioni architettoniche per diffondere gli slogan (Credere,Obbedire, Combattere) realizzati con stencil o caratteri tipografici di impronta razionalista, esisteva un sottobosco di segni di protesta.
In un'epoca senza social media e con la stampa censurata, il muro era l'unico media libero per l'opposizione. Se il regime scriveva "Viva il Duce", gli antifascisti rispondevano nella notte trasformando il messaggio o aggiungendo simboli come la falce e il martello o scritte come "Morte alla guerra".
Questo graffitismo era un atto di resistenza estrema. Scrivere su un muro significava rischiare il carcere o il confino. Nonostante le cancellazioni post-belliche, sono ancora visibili scritte originali del regime su palazzi popolari (specialmente nei lotti della Garbatella o a Testaccio) e su edifici pubblici come lo Stadio dei Marmi o il Monolito del Foro Italico, dove la scritta "Mussolini Dux" è incisa nel marmo per l'eternità.
Il quartiere Quadraro, il famoso "nido di vespe" , l'unico quartiere di Roma ad aver ricevuto la medaglia d'oro al Valor Civile della resistenza, (ma lo stesso si potrebbe dire dei limitrofi Tor Pignattara, Quarticciolo e Centocelle) ospita oggi il progetto M.U.Ro (Museo di Arte Urbana di Roma). Qui la street art moderna (come l'opera "Achtung Banditen") commemora il rastrellamento del 1944, trasformando la protesta storica in memoria visiva permanente.
L'epoca contemporanea della street art a Roma
"Se nell'epoca fascista il muro era uno strumento di controllo top-down (dall'alto verso il basso), oggi la street art a Roma agisce come uno strumento di riqualificazione e memoria bottom-up. Il passaggio dai caratteri squadrati del regime ai colori dei murales contemporanei segna la transizione dalla "parola d'ordine" alla "libertà d'espressione"", sottolinea Stella Maresca nel libro.
Colori sulla Storia: La rinascita delle periferie romane
Oggi la street art, che comprende murales, stencil, poster e installazioni, agisce come una "riscrittura" del paesaggio urbano, specialmente nelle periferie, zone spesso caratterizzate da anonimato architettonico, degrado e isolamento sociale. Essa oggi è in grado di generare senso di appartenenza e riscatto comunitario, e il suo impatto economico e turistico, porta a una "gentrificazione estetica".
Un esempio su tutti quanto è avvenuto nel quartiere del Trullo, grazie ad un gruppo di artisti che si sono autodefiniti “Pittori Anonimi del Trullo” (PAT).
"L'idea di Roma come un arcipelago di borghi visivi segna il passaggio dalla città dei monumenti alla città degli abitanti. Se l'urbanistica del dopoguerra ha costruito scatole di cemento senza anima, la street art sta "tatuando" l'identità su quella pelle nuda. La sfida del 2030 è rompere il modello "centro-centrico". La street art è lo strumento per creare centralità alternative. Se ogni quartiere ha la sua "Cappella Sistina" moderna, il turismo si frammenta, l'economia circola nelle periferie e il cittadino ritrova l'orgoglio di dire "Io vivo a San Basilio" o "Io vivo al Trullo". La bellezza non è più un privilegio del centro storico, ma un diritto di cittadinanza", spiega Maresca.
La Roma della street art, musei unici a cielo aperto
MAAM: la trasformazione dell'abitare
Il caso più emblematico e radicale è indubbiamente il MAAM (Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz), un esempio unico al mondo dove l'arte incontra il diritto all'abitare. Situato in via Prenestina, nella periferia est di Roma, il MAAM, ideato dall’antropologo Giorgio de Finis, che è anche curatore del progetto, è molto più di un museo: è il "museo dell'altro e dell'altrove di Metropoliz città meticcia". Nato nel 2012 all'interno di un ex salumificio Fiorucci, occupato nel 2009 da famiglie indigenti e rifugiati, con il supporto dei movimenti per il diritto all'abitare, il MAAM rappresenta un esperimento utopico di coesistenza.
La forza del MAAM risiede nel suo essere il primo museo abitato al mondo. Qui, le opere d'arte contemporanea, donate da centinaia di artisti internazionali, convivono con la vita quotidiana di circa 67 nuclei familiari multietnici. Invece di essere sgomberato, il luogo è diventato un'area protetta grazie alla cultura. La fabbrica abbandonata è stata riqualificata non tramite un processo calato dall'alto, ma attraverso l'autorganizzazione e l'arte, trasformando un luogo di speculazione immobiliare in una comunità meticcia. Il MAAM ha cambiato la percezione della periferia: da zona degradata a "punto più alto" della città, dove arte e diritti umani si fondono. Gli abitanti, attivi nel curare e pulire il museo che visitatori possono esplorare ogni sabato, hanno trasformato la loro condizione di occupanti in quella di custodi di un patrimonio culturale. Nel 2023, questo progetto ha vinto una battaglia cruciale, ottenendo che l'area venga risanata con l'inclusione delle famiglie occupanti, garantendo dignità e abitazione, dimostrando che l'arte può essere uno strumento di riscatto sociale.
Tor Marancia: "Big City Life" e il Condominio-Museo
Un altro esempio straordinario è il progetto Big City Life a Tor Marancia, nel quadrante sud di Roma, che ha trasformato 11 palazzi dell'IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) in un vero e proprio museo condominiale.
Dalla periferia alla "Shanghai" romana:
Storicamente nota come una zona difficile, Tor Marancia è stata reinventata nel 2015 da 22 artisti internazionali che hanno dipinto enormi murales sulle facciate dei lotti. L'iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Terzo Pilastro e nata dalla collaborazione con gli abitanti, ha cambiato radicalmente la quotidianità del quartiere. Il progetto ha trasformato Tor Marancia in una meta turistica, con decine di migliaia di visitatori che esplorano i cortili, portando un indotto economico e riqualificando l'estetica del luogo. La street art qui ha agito come un "trompe l'oeil" dello stato sociale, abbellendo l'ambiente circostante e incentivando un nuovo senso di orgoglio tra i residenti.
Il Quadraro: M.U.Ro. e la Memoria Storica
Il quartiere Quadraro Vecchio è noto per essere il "più vecchio museo a cielo aperto" di street art a Roma, grazie al progetto M.U.Ro. (Museo di Urban Art di Roma) nato nel 2010 e fondato da David Diavù Vecchiato. L’artista ha realizzato anche GRAART, un progetto di Arte Contemporanea Urbana, un percorso artistico e culturale lungo il Grande Raccordo Anulare di Roma. M.U.Ro è nato con una forte componente partecipativa: gli artisti dialogano con i residenti, che scelgono spesso i temi dei murales. Questo processo ha portato a una maggiore cura degli spazi comuni e al rafforzamento dei legami sociali, trasformando i muri in pagine di un libro di storia locale.
“SanBa”
Un altro progetto molto riuscito è “SanBa” che nasce da un idea del team creativo di WALLS che si occupa da anni di Arte Pubblica contemporanea, e viene realizzato nel quartiere di San Basilio, dove erano già presenti alcune opere spontanee. Con questo progetto si sono aggiunte 6 grandi opere a quelle già esistenti.
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