Il regista e la sua passione infinita per la squadra di New York tornata a vincere per la prima volta dal 1973
L’attitudine alla sconfitta è infinitamente più letteraria di qualsiasi vittoria. Il trionfo dei Knicks, la notte pazza di New York, gli spari a Times Square, la follia e la paura, l’odore di polvere da sparo, il dolce dello zucchero filato, il sindaco Mamdani, i tifosi che cantano per le strade "Empire State of Mind", la hit di Alicia Keys. Il filmato di Jennifer Lopez che urla "Oh my god" in loop, e d’altra parte è cresciuta nel Bronx. In Texas, sul parquet, c’era anche Timothée Chalamet, l’attore, con la tuta arancione dei Knicks. E poi Tracy Morgan e John Turturro. Ben Stiller che è rimasto sveglio tutta la notte per festeggiare. Tutto vero, eppure niente potrà mai arrivare alla grandezza di quella snervante attesa lunga 53 anni. Perdere con ostinazione, con metodo, con costanza è qualcosa che unisce, che crea appartenenza. E spesso dipendenza. Ci sono squadre che hanno fatto di questa inclinazione a rimanere al palo una sorta di liturgia. A Bologna, che non a caso è per tutti Basket City, i tifosi della Fortitudo hanno sempre fronteggiato il curriculum, il budget e la storia della Virtus vantando l’unica qualità che nessuno avrebbe mai potuto (e voluto) insidiargli. "Non abbiamo mai vinto un cazzo", urlava la Fossa, rivendicando un’esistenza di successi mancati con orgoglio.










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