Il difensore capoverdiano alla vigilia del sedicesimo contro l'Argentina: "Penserò alla mia partita, non a Leo. Ora ci siamo guadagnati una buona dose di rispetto"
Sidny, o il trionfo dell’1%. Le possibilità date a Capo Verde di passare il girone con Spagna, Uruguay e Arabia Saudita. Le chance che può avere un ragazzo capoverdiano che guadagna 1000 euro al mese nella quinta divisione tedesca, soffrendo freddo, solitudine e razzismo, di arrivare al Mondiale in 4 anni. Il 22enne Sidny Lopes Cabral è il secondo più giovane della rosa di Capo Verde e venerdì dovrà provare a fermare Leo Messi, 6 gol in 3 partite in questo suo sesto Mondiale. Sidny è nato a Rotterdam, ha già giocato in Germania e in Portogallo e sta per andare in Turchia. La sua determinazione lo aiuta a superare la riservatezza, e quando si apre offre un tesoro di vita e di parole.
Da dove partiamo?
“Da Capo Verde, senza dubbio. La mia terra, anche se sono nato a Rotterdam. I miei genitori si sono trasferiti in Olanda quando erano giovani, venivano da due isole diverse e lì si sono incontrati. Noi ogni anno andavamo a Capo Verde in vacanza, a Santiago, e per me era una meraviglia. È il mio posto del cuore, il legame è sempre rimasto saldo, ho sempre voluto giocare con la nazionale e ho iniziato presto, con le giovanili. Aver conquistato il Mondiale e vedere il Paese in festa, e così pure le nostre grandi comunità in Olanda e in Francia, mi riempie di orgoglio”.
Il momento più duro?
“Erfurt, senza dubbio. Anno 2022, mi prendono in questo club di quinta divisione, arrivo e mi fanno allenare sotto la pioggia con una maglietta e un k-way. Pensavo di morire di freddo. Mi danno una casa vuota, come tende metto i sacchi neri della spazzatura. Chiamavo mio fratello e piangevo disperato. È stato tremendo, ma quello che ho sofferto lì mi ha dato la forza che mi ha portato fin qui”.
Quanto guadagnava?
“Mille euro al mese”.
Razzismo?
“Chiaro. Andavamo in posti della Germania nei quali i tifosi erano molto molto razzisti. Ricordo Jena, per esempio. Ma per me il problema più grave è che oggi, nel 2026, siamo sempre lì. L’altro giorno tre giocatori di colore hanno sbagliato i rigori dell’Olanda contro il Marocco, e sui loro profili Instagram i razzisti si sono scatenati”.
Lei ha visto da vicino l’incidente tra Prestianni e Vinicius in Benfica-Real Madrid.
“Ero in panchina, quindi l’ho vissuto solo parzialmente. Però è una cosa che non sarebbe mai dovuta accadere. E poi quando abbiamo giocato il playoff contro il Real Madrid ci sono rimasto in mezzo anche io”.
In che senso?
“C’è stata una situazione con Vinicius legata a un possibile scambio di maglie a fine partita e su Instagram ho ricevuto ogni tipo di insulto: mi hanno dato del negro, della scimmia, ho dovuto chiudere i commenti e spegnere il telefono. Per quello dicevo dei tre olandesi: tu indossi la maglia della nazionale e nel 2026 c’è ancora gente che si rivolge a te in questi termini? Non è possibile”.
Assolutamente. Venerdì a chi chiederà la maglia?
“A Otamendi, mio compagno al Benfica”.
E Messi?
“Non ci pensiamo. Se inizi a dire ‘oddio giochiamo contro Lamine Yamal, oddio ora arriva Messi’ non vai da nessuna parte. Finisci per perdere il senso delle cose. Non siamo incoscienti, sappiamo bene il peso, la forza, la grandezza di questi giocatori. Ma cerchiamo di tenerla lontano altrimenti ti travolge. Le faccio un esempio pratico: io sono in campo contro la Spagna e quando entra Lamine Yamal viene giù lo stadio. Lo sento, me ne rendo conto, eccome. Però faccio di tutto per restare concentrato sulla mia partita, altrimenti è finita. Venerdì con Messi sarò lo stesso: quando lo vedrò lì con la palla tra i piedi, davanti a me, mi renderò contro che è tutto vero, che sto giocando contro Messi, ma poi bisognerà continuare a pensare alla nostra di partita, non alla sua”.
Riesce a godersi ciò che sta succedendo?
“In campo sinceramente no. Non c’è spazio per altri pensieri che non siano quelli legati a te stesso, a ciò che devi fare. Poi nella terza partita ero squalificato, quindi in tribuna. Lì mi sono reso conto della grandezza del Mondiale e di ciò che stiamo facendo, dell’enormità del nostro 1%, mi veniva quasi da piangere per la bellezza di tutta questa cosa. Però allo stesso tempo non sono mai stato tanto male per il nervoso. Ho sofferto meno quando ho giocato al Bernabeu o contro la Spagna: fuori si sta malissimo, meglio in campo”.
Sfidate i campioni del mondo. Che percentuale vi date?
“Non ci pensiamo. Quando è uscita la storia dell’1% ci siamo messi a ridere, perché era la nostra prima volta al Mondiale e nessuno ci conosceva, nessuno sapeva ciò che potevamo fare. Con l’Argentina faremo la nostra partita, come sempre. Abbiamo dimostrato che il nostro lavoro sul campo è più forte di qualsiasi parola detta fuori, da noi o da altri. Ci piace il ruolo di underdog, che la gente non ci consideri non ci condiziona. Però diciamo che ora ci siamo guadagnati una buona dose di rispetto”.
Se guarda indietro cosa vede?
“La mia determinazione. Ho sempre avuto l’obiettivo di diventare un calciatore. Ho sempre creduto in me stesso. Quando tornavo in Olanda dalla Germania per le vacanze mi allenavo da solo e i miei amici mi dicevano che ero ‘crazy’. Oggi quegli amici sono qui in America a festeggiare con me. A mia madre dicevo: ‘Non preoccuparti per me, ce la farò’. Volevo disperatamente dare una mano alla famiglia. E ora anche lei è qui con me. Il calcio è la mia vita”.
Chiudiamo con Jose Mourinho, col quale ha lavorato negli ultimi mesi al Benfica.
“Incredibile. La persona più onesta che abbia mai conosciuto. Lui ti dice se hai giocato di merda o se hai giocato alla grande. E senti che uno come lui può farti diventare un giocatore molto migliore. È una cosa che si percepisce”.
È andato al Real Madrid, peccato che abbiano preso Cucurella…
“Magari ci ritroveremo più avanti. Sono sicuro che farà benissimo”.
Sognava di fare il calciatore, di giocare in Champions, di andare al Mondiale. Ora cosa sogna?
“Di andare in Premier League”.
Che percentuale ha?
“Non lo so, ma la mia vita mi insegna che basta l’1%!”.










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