In Bulgaria via alla corsa rosa numero 109. Il danese è il grande favorito, può fare tris dopo aver vinto Tour e Vuelta. L'azzurro può stupire, è da podio
È arrivato quel momento dell’anno, finalmente. Un filo rosa che tutto unisce, un numero non calcolabile di storie da raccontare, una quantità di emozioni impossibile da tenere a freno: corrono velocissime, proprio come le biciclette contemporanee. Eccolo, il Giro d’Italia, dal 1909 il vero romanzo popolare del Paese: capace come null’altro di entrare nel cuore della gente e abbattere i confini, arrivando dove sembrava impossibile. Lo dimostra alla perfezione l’edizione 109: per la prima volta nella storia prende il via oggi da Nessebar, Bulgaria, sulle sponde del Mar Nero, per concludersi domenica 31 maggio in via del Circo Massimo a Roma, nel cuore della grande bellezza. Jonas Vingegaard ce l’ha in testa da mesi, Giulio Pellizzari ha cominciato a pensarci un anno fa. Da prospettive diverse, la loro testa è affollata di sogni: hanno tre settimane e poco più di tempo per realizzarli.
Storia
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Se vittoria fa rima con storia, è tutto più entusiasmante. Jonas Vingegaard lo sa: debutta a 29 anni e sul biglietto da visita è l’unico al mondo che può scrivere di avere battuto Tadej Pogacar al Tour de France, e per due volte. Neppure il fuoriclasse sloveno, dominatore in rosa nel 2024 e ora assente, ha in testa la tripla corona di chi ha trionfato a Giro, Tour e Vuelta: se Jonas indossasse la rosa a Roma, in tal senso lo anticiperebbe. "Avevo bisogno di questa nuova sfida", ci ha detto, e il luccichio negli occhi intravisto mercoledì sera alla presentazione di Burgas non ha fatto altro che confermarlo. Ha tutto per dominare, però Giulio Pellizzari è il primo a volerglielo impedire: a 22 anni non è troppo presto per pensare in grande, non lo è mai. "Neppure Vingegaard è imbattibile", ha affermato senza superbia, non più tardi - pure lui - di mercoledì sera. L’Italia non sale sul podio dal secondo posto di Damiano Caruso nel 2021, non trionfa da Vincenzo Nibali 2016: il marchigiano parte con in testa un gradino del podio, quale esso sia. Poi chissà. Da Bernal ad Adam Yates, da Gall a O’Connor, da Buitrago a Mas a Arensman e Storer, gli attori che ambiscono a guadagnarsi il centro del palco non mancano.
Facce
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La cornice di tutto questo è un percorso duro, moderno, equilibrato, l’ultimo concepito da Mauro Vegni nel ruolo di direttore: chi ci sa fare con i numeri ha bene in mente le 21 tappe, i tre giorni di riposo, i 3466 chilometri con 48.700 metri di dislivello. Chi preferisce i luoghi sa che in Bulgaria soprattutto il fattore vento potrebbe scompaginare i piani, e che dalla ripartenza italiana da martedì la corsa della Gazzetta ritroverà subito il caloroso abbraccio del Sud, a iniziare da Catanzaro senza dimenticare Napoli, presente per la quinta volta di fila. Il Blockhaus che lasciò intendere cosa potesse fare un certo Eddy Merckx in salita non farà sconti, la cronometro toscana tutta piatta – dopo i Muri marchigiani e il test di Corno alle Scale - durerà oltre 45 minuti e scriverà distacchi. Il tutto prima che nella seconda settimana – chiusa dalla volata di Milano, che torna traguardo dopo cinque anni - e soprattutto nella terza, le montagne più dure mettano ciascuno al proprio posto. Con il totem della Cima Coppi posto sul Passo Giau ad appena due giorni dall’apoteosi di Roma, subito prima della giornata friulana che ricorderà il devastante terremoto del 1976: è uno dei grandi poteri del Giro d’Italia quello della memoria condivisa, dell’innata capacità di fare da ponte tra passato, presente e futuro.
Passioni
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Il tifo italiano non avrà solo Pellizzari a cui dedicarsi: da Jonathan Milan (attesissimo già oggi) a Ganna e Ciccone, il primato negativo di un solo successo di tappa del 2025 – come già nel 2017 – non dovrebbe riproporsi. Ma ciò che colpisce è l’assenza di un copione già scritto e scontato, pur avendo riconosciuto a Vingegaard il ruolo di grande favorito. Attorno al danese – sarebbe il primo del suo Paese a trionfare – c’è una Visma fortissima, però la Red Bull di Pellizzari non è da meno a cominciare da uno che il Giro ha già saputo vincerlo (2022) dopo averlo sfiorato (2° nel 2020), cioè Jai Hindley. Di confronti diretti Danimarca-Italia la storia recente abbonda: Pedersen strappò a Trentin il Mondiale 2019, il quartetto azzurro (Ganna-Milan-Consonni-Lamon) vinse l’oro olimpico nel 2021 contro i danesi. E se questo Giro ne costituisse un altro capitolo? Sì, quel momento dell’anno è arrivato: non vedevamo l’ora.











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