Salvini apre sulle preferenze, 'non abbiamo precondizioni'

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Segnali di fumo e strategie. Nella partita a scacchi sulla legge elettorale la novità di giornata è l'apertura o meglio la dichiarazione di non belligeranza di Matteo Salvini sulle preferenze. Che si accompagna, però, a un generale rinvio della questione a ciò che deciderà il Parlamento forse anche perché il finale di partita resta incerto. "Le Camere sono sovrane", è, la formula alla quale i politici di norma rinviano quando la vittoria parlamentare non è certa, un po' come accade quando il governo, nel dare il proprio parere a una proposta di modifica, si rimette all'Aula. E sembra siamo a questo punto sulla riforma elettorale e sulle preferenze.


    Nonostante gli sherpa continuino a lavorare e nonostante, appunto, si registri qualche apertura da parte della Lega alla modifica, caldeggiata dai meloniani. "Io sono sempre stato eletto con le preferenze sia a Milano sia a Bruxelles - sottolinea Salvini - ma questo non toglie e non aggiunge nulla.
    I tecnici sono al lavoro. Non abbiamo precondizioni". Una posizione, dunque, non preconcetta, almeno in chiaro. Anche se - spiega qualcuno dal partito - sul punto esiste qualche resistenza interna ai leghisti. Forza Italia resta dubbiosa. E la riunione degli sherpa a via della Scrofa per il momento non ha sciolto i nodi. Ma si continua a lavorare e non si può del tutto escludere che il tema sia stato in qualche modo toccato a margine della riunione che ha avuto al centro la sicurezza tenutasi a Palazzo Chigi con la premier, i suoi vice e alcuni ministri. "Sulle preferenze - ribadisce il responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli - l'obiettivo è presentare emendamento comune sostenuto da tutto il centrodestra. Vediamo cosa farà il Pd in Aula. Fratelli d'Italia sa cosa fare". Da capire, però, cosa accadrà se l'intesa non verrà raggiunta con FdI che sarà al bivio tra presentare una propria proposta di modifica o rinunciare. Ad ogni modo nella maggioranza si moltiplicano i ragionamenti sul fatto che la decisione finale spetta comunque all'Aula. Lo sottolinea il leader di FI Antonio Tajani. Alle legge elettorale, puntualizza, "si stanno dedicando i rappresentanti dei partiti in Parlamento.
    Non sceglie Meloni, non sceglie nessuno, è il Parlamento che sceglie". I tecnici proseguiranno nel loro lavoro e nelle loro interlocuzioni anche nei prossimi giorni con la dead line del temine per gli emendamenti di lunedì. Le opposizioni intanto preparano la battaglia d'Aula. E lanciano un altolà mentre sembra sempre più concreta la possibilità che il centrodestra modifichi i collegi del voto Estero. "Sarebbe un autentico colpo di mano - sottolinea il Dem Federico Fornaro - inaccettabile sia sotto il profilo del metodo (emendamento mai discusso in commissione e presentato direttamente in Aula) sia di aperta violazione del principio costituzionale della rappresentanza. La maggioranza ci ripensi altrimenti troverà in Aula e in tutte le sedi una durissima opposizione". "Lo scontro in Aula sarà durissimo", avverte anche Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari Costituzionali proprio a partire da questo punto e dal voto dei fuori sede. "Mi auguro che ci possa essere un clima sereno, di confronto anche di scontro ma sempre composto e non solo perché presiederò le sedute la prossima settimana...", sottolinea il vicepresidente di FdI Fabio Rampelli che, tra l'altro, da sostenitore della prima ora delle preferenze fa un invito: "il voto sia palese".

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