Torna a rallentare la corsa della legge elettorale. Sotto il peso dei veti incrociati, con l'incognita Vannacci e il rebus preferenze, la partita si incarta di nuovo nella maggioranza in un clima che si fa ogni giorno un po' più teso. "Vogliamo fare le cose fatte bene, senza fretta", minimizzano i meloniani. Fatto sta che, per decisione della capigruppo, l'esame in Aula alla Camera slitta di qualche giorno, al 14 luglio, rispetto al timing preventivato inizialmente anche per consentire, con i disagi previsti la prossima settimana sulle linee ferroviarie, ai parlamentari di essere presenti.
"Rinviano perché sono divisi" accusano dalle opposizioni mentre si avviano a nascere i primi comitati contro la riforma.
Domani si costituirà quello promosso da Roberto Zaccaria che dopo la maratona oratoria (che ha visto in campo da Gustavo Zagrebelsky ad Articolo 21 ad esponenti della società civile) fa sapere che appena approvata la riforma farà ricorso alla Consulta. Se ne parla, comunque, dopo l'estate visto che, con il nuovo timing, è praticamente escluso un via libera definitivo prima della pausa dei lavori parlamentari.
Per la maggioranza c'è, dunque, un po' più di tempo per provare a trovare soluzioni soprattutto sul nodo preferenze. Non è stato, infatti, risolutivo il vertice degli sherpa tenutosi ieri a via della Scrofa. Una nuova riunione, viene spiegato, si potrebbe tenere la prossima settimana. Ed è probabile che nel frattempo possa essere un vertice dei leader a dirimere le questioni rimaste aperte. Al termine di un'altra giornata di confronti dietro le quinte, intanto, il responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli, che segue il dossier da vicino, è stato avvistato nel tardo pomeriggio a Palazzo Chigi.
"I tecnici sono al lavoro", spiega il vicepremier Antonio Tajani. Ma, al momento, nessuna delle soluzioni legislative messe sul piatto da FdI - dal modello toscano (capolista bloccato e preferenze da esprimere a crocette con i nomi indicati sulla scheda) a quello belga (lista bloccata da accettare in toto o espressione della preferenza con una croce sul nome preferito tra quelli indicati) - sembra aver fatto breccia negli alleati. Nell'incontro di ieri il partito della premier - viene raccontato - avrebbe ribadito la propria volontà di andare avanti ma da FI e soprattutto dalla Lega sarebbe arrivato un nuovo niet. La situazione torna dunque ingarbugliata.
"Quei due scalciano troppo", osserva una fonte, riferendosi ai vicepremier, e, ad ogni piè sospinto è necessario un vertice per provare ad appianare le cose, osserva un'altra voce nel governo. Ma tant'è. Intanto, con la nuova tempistica decisa alla Camera ci sarà più tempo per provare a trovare la quadra. E dopo l'eventuale via libera di Montecitorio se ne tornerebbe a parlare a settembre. Una pausa che potrebbe venire utile per approfondire, si osserva, anche con un occhio ai sondaggi, una serie di questioni politiche aperte che pesano sulla riforma. A partire dalle considerazioni legate alla nuova formazione di Vannacci. Una variabile difficile da pesare e che va contemperata, si osserva comunque nel centrodestra, con la naturale spinta al voto utile.
A conti fatti senza un'alleanza con il generale, che al momento non appare alle viste, il rischio per il centrodestra con il Rosatellum è quello di perdere in molti collegi e di ritrovarsi, se il centrosinistra davvero si confermasse unito, in uno scenario simile a quello attuale ma con gli schieramenti capovolti. La riforma Bignami consentirebbe, invece, con il tetto dei 220 seggi di maggioranza alla Camera e 113 al Senato di limitare i danni. Difficile, ad ogni modo, fare ora delle previsioni anche guardando alla questione dei numeri per l'elezione del prossimo inquilino del Colle, tornata nel dibattito dopo le parole dei giorni scorsi di Meloni. "Al Quirinale penseremo a tempo debito - taglia corto sul punto Matteo Salvini - Meloni la vedo come prossima premier".

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