Roma si è fermata per guardare passare un’onda lunga di Vespa: 25.000, secondo la stima ufficiale, arrivate da 67 Paesi per celebrare gli ottant’anni delo scooter più famoso e amato del mondo. Il corteo è sfilato per oltre un’ora a blocchi di mille vespisti, dal centro all'Eur, mescolando modelli nuovissimi e rarità a miscela, famiglie, gladiatori tedeschi, e appassionati arrivati da ogni continente. Più che una parata, una festa popolare capace di trasformare le strade Roma in un set da colossal
Valerio Boni
27 giugno - 17:32 - ROMA
Per capire che cosa significhi davvero vedere 25.000 Vespa attraversare Roma, il numero da solo non basta. Anzi, forse è persino il dettaglio meno preciso, perché contarle tutte sarebbe stato impossibile. Il dato ufficiale nasce dagli iscritti, dalle registrazioni, dalle presenze dei Vespa Club e dalle informazioni raccolte dall’organizzazione. Ma chi era lungo il percorso, tra Fori Imperiali, Colosseo, piazza Venezia e Altare della Patria, ha avuto una percezione molto più concreta: il flusso non finiva mai.
Un’onda lunga più di un’ora
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Non una parata nel senso classico, con un inizio, un centro e una coda ben riconoscibili. Piuttosto una marea a ondate, blocchi di circa mille vespisti per volta, separati quel tanto che bastava per far respirare il traffico e ed evitare blocchi del serpentone. Poi, di nuovo, il rumore. Il ronzio delle moderne Euro 5+, il borbottio più grasso delle due tempi, il profumo di miscela che per qualcuno era nostalgia pura e per qualcun altro una scoperta quasi archeologica. Al 2%, ma anche al 6%, per i motori più anziani, quando l’olio non era mai abbastanza e la prudenza meccanica aveva l’odore azzurrognolo dello scarico. Roma, abituata a tutto, per una mattina si è fermata a guardare. Turisti con il telefono in mano, famiglie affacciate, bambini sulle spalle dei genitori, vigili diventati spettatori per una mattinata. Per oltre un’ora il centro è stato attraversato da un’Italia in miniatura, ma anche da un mondo intero in formato Vespa. C’erano i modelli di fine anni Quaranta e quelli appena usciti dai concessionari, le “faro basso”, le Vbb, le ET3, le Gtr, le Rally, le PX, le Primavera e le Gts. C’erano restauri da concorso e scooter vissuti e conservati come Piaggio li ha fatti, lucidissimi o coperti di adesivi, con borse, parabrezza, portapacchi, bandiere, peluche, fiori, caschi coordinati e abbigliamenti che andavano dalla tuta bianca da meccanico (la divisa dei collaudatori di Pontedera) al completo anni Cinquanta.
Siamo sopravvissuti alla Cosa
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L'aspetto più curioso, però, è che nessuno sembrava fuori posto. Nemmeno gli intrusi, perché qualche Lambretta è riuscita a infilarsi nel corteo, accolta più con ironia che con ostilità. E ormai sono state sdoganate anche le Cosa, che per anni una parte del mondo vespista ha guardato come un errore di famiglia. Oggi passano, salutano, vengono fotografate. Qualcuno continua a sorridere con sarcasmo: "Siamo sopravvissuti alla Cosa". Ma lo dice come si parla di un parente strano che alla fine, volente o nolente, ha diritto a sedersi a tavola. La Vespa ha questa forza: tiene insieme generazioni che, in altri contesti, non saprebbero nemmeno da dove cominciare a parlarsi. Il ragazzo con la Gts nuova fiammante parcheggiava accanto al signore con la smallframe portata a Roma dopo giorni di viaggio. Il collezionista controllava con l’occhio lungo i particolari originali, mentre il viaggiatore guardava soprattutto se le borse erano fissate bene, pensando al viaggio di ritorno. Le famiglie si muovevano come in una foto degli anni Cinquanta, con papà alla guida, mamma dietro, figlio in piedi sulla pedana. Una scena che oggi fa inorridire, ma che appartiene alla memoria collettiva di un Paese nel quale la Vespa non era soltanto un mezzo di trasporto. Era l’auto di chi non aveva l’auto, il primo viaggio, la domenica fuori porta, il fidanzamento, la libertà a rate.
I gladiatori parlavano tedesco
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Poi c’erano gli stranieri, spesso i più creativi. Gli italiani portano la competenza, la memoria, l’orgoglio un po’ geloso di chi sente Vespa come una cosa propria. Ma chi arriva da lontano porta l’entusiasmo di chi ha scelto un simbolo e lo ha fatto suo senza complessi. La classifica ideale dei gladiatori, per esempio, non l’hanno vinta i romani. A sfilare con corazze, elmi e copricapi più convincenti sono stati soprattutto i tedeschi, perfetti nel trasformare il Colosseo in scenografia vivente senza cadere nella mascherata triste. Roma li ha premiati a modo suo, con applausi, sorrisi, telefoni alzati. Gli spagnoli, più ancora degli italiani, hanno avuto dalla geografia un vantaggio inatteso. Molti sono arrivati a Barcellona, si sono imbarcati sul traghetto e sono sbarcati a Civitavecchia, con l’ultimo tratto verso Roma trasformato in una specie di prologo. Non una semplice trasferta, ma un pellegrinaggio laico su ruote piccole. Perché i raduni Vespa sono anche questo. Ci si incontra a destinazione, ma metà del racconto nasce prima, nei distributori, sui traghetti, nei passi alpini, nelle notti trascorse negli hotel, nelle riparazioni fatte sul marciapiede.
Tutti sulle tracce di Audrey e Gregory
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Dall’altra parte del mondo sono arrivati racconti che spiegano bene perché la Vespa non sia più solo italiana da molto tempo. C’erano appassionati dalle Filippine, dall’Australia, dagli Stati Uniti. Un americano dell’Indiana, Burke Sandman, ha raccontato di essersi innamorato molti anni fa di una Vespa con sidecar. Da quella folgorazione è nata un’attività: ne ha vendute circa mille negli Stati Uniti e ne ha tenute quindici per sé. È una storia perfetta, perché contiene tutto, dal colpo di fulmine, al gusto per l’oggetto, alla trasformazione della passione in mestiere. Un altro appassionato filippino, Illac Diaz, ha riassunto il senso della giornata con una frase semplice: "La Vespa porta amicizia", quindi questo basta per affrontare una lunga trasferta. E in effetti bastava guardarsi attorno per capire che non era retorica. A Roma, le Vespa non sono passate soltanto davanti ai monumenti. Hanno dialogato con loro. Il Colosseo, i Fori, Piazza Venezia sono scenari che rischiano di schiacciare qualunque cosa. Ma non certo la Vespa, che ci ci entra con naturalezza, forse perché appartiene allo stesso immaginario. Non ha bisogno di sembrare importante. Le basta essere riconoscibile. Da Vacanze romane in poi, l’idea della Vespa che attraversa Roma è diventata una scorciatoia universale per dire Italia, libertà, leggerezza, bellezza accessibile. E molti, soprattutto di notte, italiani come stranieri, non hanno resistito alla tentazione di cercare le strade, gli scorci e le ambientazioni del film, inseguendo con il telefono in mano le pose di Gregory Peck e Audrey Hepburn. Ne sono nate migliaia di foto, più o meno fedeli, più o meno improvvisate, ma tutte animate dallo stesso desiderio, quello di entrare per qualche istante dentro quella cartolina cinematografica che la Vespa continua a rendere possibile. Ottant’anni dopo, quella scorciatoia funziona ancora.
Una storia che non resta ferma
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E funziona perché la Vespa non è rimasta congelata in una cartolina. È sopravvissuta cambiando poco e cambiando tutto. Le ultime versioni rispettano normative, emissioni, frenate sicure, elettronica e aspettative di un pubblico moderno. Le più vecchie continuano a raccontare l’epoca in cui bastavano una pedivella, una candela di scorta, un po’ di miscela e molta fiducia. In mezzo ci sono decenni di variazioni, mode, colori, allestimenti, tentativi riusciti e tentativi discussi. Anche gli errori, con il tempo, diventano capitoli della storia. Per questo la sfilata romana non è stata un raduno di nostalgici. Era piuttosto una dimostrazione di convivenza. Tra chi cerca l’originalità assoluta e chi monta accessori improbabili o motori da competizione. Tra chi fa migliaia di chilometri e chi usa la Vespa solo la domenica, e a Roma ci è arrivato con lo scooter sul carrello e nel furgone. Tra chi la considera un capolavoro di design e chi, più semplicemente, un modo per essere felice a 50 all’ora. Tra chi sa distinguere un modello dal profilo dello scudo e chi la chiama Vespa anche quando tecnicamente non lo è.
Il conto non torna, l’emozione sì
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Alla fine, quando l’ultima ondata ha lasciato il centro e il rumore si è allontanato, Roma è tornata lentamente alla normalità. Ma per chi ha assistito al passaggio, è rimasta addosso una sensazione curiosa, quella di aver visto non una celebrazione aziendale, ma un pezzo di storia popolare ancora vivo. Venticinquemila è una stima, certo. Forse erano un po’ meno, forse un po’ di più. Poco importa. Il conto esatto, in fondo, non serve. Per una mattina, Roma ha avuto una colonna sonora diversa. E ogni Vespa che passava, anche quella appena uscita dalla concessionaria, sembrava portarsi dietro ottant’anni di viaggi, famiglie, amicizie, odore di miscela e sorrisi rubati ai marciapiedi.









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