Il primo snodo è sulla data. Entro poche ore il Consiglio dei ministri deciderà quando si voterà il referendum sulla riforma della giustizia, prima prova elettorale dopo il pareggio segnato dai due fronti alle ultime Regionali.
Dovrebbe essere il 22-23 marzo, come annunciato da Giorgia Meloni. Ma potrebbe slittare se dovessero spuntarla i cittadini che stanno raccogliendo firme per una nuova richiesta di referendum. Se raggiungessero le 500 mila necessarie entro fine gennaio (in serata superavano le 340 mila) farebbero ricorso alla Consulta, mettendo in discussione la data e i piani della maggioranza. Ma questo non è l'unico braccio di ferro tra gli schieramenti. A contrapporli è la prossima legge elettorale, anche se la questione è al momento relegata nelle retrovie del dibattito politico.
A rilanciare il tema è stata la premier venerdì scorso: "Ci sono interlocuzioni", aveva detto alla stampa parlamentare, svelando solo che "se ne sta occupando il Parlamento" (ma le opposizioni negano). E chiarendo: "Se c'è chiusura, deciderà la maggioranza" nelle Aule. Parole che sono suonate come un'accelerazione solitaria del centrodestra, che suona come un pre-ultimatum, almeno per evitare ostruzionismi sullo schema di fondo della legge che prevederebbe un sistema proporzionale con premio di maggioranza (chi prende almeno il 40% dei voti conquista il 55% dei seggi, fino al 60% se la coalizione tocca il 45%) e con una soglia di sbarramento al 3% rispetto all'attuale 8. I meloniani più vicini alla leader assicurano che il confronto con l'opposizione si farà a breve e per le prossime settimane. Poi seguirà una proposta scritta più articolata. Ma il Pd auspica il contrario.
Il partito di Elly Schlein non ci sta a discussioni informali, e a livelli più bassi, per sondare il campo (come sarebbe avvenuto a Montecitorio di recente). Ed è perentorio sulla necessità di una proposta concreta, da leggere e valutare. I dem sono consapevoli che in questo caso non ci sono i tempi per avviare le consultazioni amplissime lanciate dalla ministra Casellati prima della riforma del premierato, ma confidano in uno schema in piccolo ma simile. Più attendisti, per ora, i 5 Stelle. Il Movimento è sempre stato favorevole al sistema proporzionale, ma chiude la porta a una legge elettorale ad hoc - è la vulgata - ed esclude che farà da stampella alla maggioranza.
Sul referendum sulla riforma Nordio, la partita è decisamente più nel vivo per entrambi i contendenti e parecchie sono le iniziative in cantiere. Nel centrodestra, e quindi tra i referendari del sì, la più attiva è decisamente Forza Italia.
Fedele al dna del partito e al sogno berlusconiano. Così mercoledì il deputato Enrico Costa lancerà la sua pubblicazione che raccoglie 100 casi di ingiusta detenzione di persone arrestate e assolte negli ultimi anni. E il 25 gennaio scenderà in campo direttamente Antonio Tajani con un appuntamento sulla giustizia "libera" che si sta organizzando all'hotel Ergife di Roma. Pronto a votare sì è anche un pezzo di sinistra che si ritroverà a Firenze, capeggiato dal costituzionalista Stefano Ceccanti e dall'ex presidente della Consulta, Augusto Barbera.
Dalla stessa parte si schierano i socialisti che con Bobo Craxi annunciano la nascita del loro comitato 'Avanti è SI'. A stretto giro è prevista una riunione operativa del maxi comitato vicino alla maggioranza guidato da Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Corte costituzionale e con Alessandro Sallusti come portavoce. Il 'comitatone' - nato soprattutto per il pressing di FdI ma ufficialmente non di partito - dovrebbe avviare il battage con manifesti, gazebi, incontri, cioè cose concrete che richiedono soldi.
Da qui l'ipotesi di un'autotassazione fra i parlamentari dei quattro partiti di maggioranza per sostenere le spese, che però non convince tutti. Su questo risponde Zanon: "La benzina nel serbatoio del nostro comitato la mettono i cittadini con i loro contributi volontari". Tradotto, si spera nei contributi esterni e privati, confidando soprattutto nel tempo breve della campagna elettorale.
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