Allenatore dell’anno, titoli divisionali, una Final Four giocata, ma oltre una carriera da Hall of Fame aveva sempre tenuto vivo il legame con le origini in Lunigiana. Alimentando in maniera decisiva con le sue idee anche il boom del nostro basket
L’adrenalina di queste settimane di March Madness crea dipendenza. La medicina alla crisi d’astinenza da basket collegiale una volta smaltita anche la febbre da Final Four Ncaa è la storia. La storia del più grande italiano della pallacanestro universitaria: Lou Carnesecca, due volte campione della Big East, la conference newyorkese, e una volta nel 1985 alla Final Four, in 24 anni alla guida di St.John’s di cui ha forgiato la cultura fino all’identificazione totale. Sublimata alla morte, a quasi 100 anni a fine 2024, dal funerale celebrato in quell’università che glia ha dedicato l’arena dell’ateneo nel Queens.
LA FAVOLA
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Luigi all’anagrafe, partito dalla bottega di famiglia a East Harlem per arrivare al Madison Square Garden come simbolo della pallacanestro newyorkese, la sua è la favola di un uomo devoto, fedele alle radici italiane, con una storia di paisà di successo condivisa poi in circostanze sicuramente diverse da altre icone delle panchine collegiali, da Massimino a Valvano, e basti pensare che oggi sulla panchina di St.John’s c’è un certo Rick Pitino. La bussola per ripercorrerla è il libro del giornalista genovese Lorenzo Mangini “Lou Carnesecca, da Pontremoli a New York” (Erga Editore, 325 pagine, 18.90 euro), con al centro l’uomo più che il basket: non un romanzo, non un racconto, ma un saggio, anzi più una ricostruzione storica, che in quanto tale si nutre di ricerca e di testimonianze, tante testimonianze, tra cui quella del più grande amico italiano di Carnesecca, Sandro Gamba. Testimonianze di cui, per la sua natura anche multimediale, continua ad alimentarsi.
LE RADICI
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Alla ricerca delle radici, la prospettiva per raccontarlo, è storia anche sociale quella che parte dal fenomeno dell’emigrazione da Cargalla, frazione di Pontremoli oggi con una decina di abitanti attorno alla Chiesa basso medievale di San Lorenzo, in quell’incanto appenninico tra Toscana, Emilia e Liguria che risponde al nome di Lunigiana. Negli anni in cui cominciavano le azioni degli squadristi, da qui era partito papà Alfredo, per sbarcare nel dicembre 1922 sul suolo americano dove si è costruito con Adele una vita e una famiglia da cui nel 1924 è nato Lou. Il cognome, Carnesecca, che in patria designava il mestiere di venditori o produttori di pancetta fino a diventare il soprannome dei pizzicagnoli, è stato il presagio della bottega che è stata per anni l’attività di famiglia a East Harlem: da qui è cominciato tutto.
NEL MONDO DEL BASKET
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Dal debutto da capo allenatore nel 1965 al ritiro nel 1992 pochi mesi dopo l’induzione nella Hall of Fame, a fare di Carnesecca un’icona non sono stati solo i titoli di coach dell’anno, i campionati vinti, la Final Four giocata, il traguardo delle 500 vittorie che ne aveva fatto l’allenatore di Division I con più successi, fino ad arrivare a quota 526 (a fronte di 200 sconfitte) celebrate nel 2001 con un vessillo al Madison Squadre Garden. Carismatico, eloquio convincente, istrionico in panchina, sempre vestito nello stesso modo con la scaramanzia dei maglioni eccentrici, coach di college “vecchio stile, tutto casa, Chiesa e palestra”, più di questo e delle vittorie è ricordato per lo stile e le qualità umane.
I SUOI RAGAZZI
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A partire dal rapporto con gli atleti, tra cui stelle come Christian Mullin e Mark Jackson, ma anche l’italiano Marco Baldi (pioniere negli Anni ‘80 a St.John’s, dove più di recente è andato anche Federico Mussini): al di là della quarantina che sono stati scelti al draft, di cui undici al primo giro, reclutati in gran parte nella “sola” New York, l’elevato tasso di laureati tra di loro racconta anche l’importanza attribuita all’istruzione da Carnesecca. Il modo per forza diverso di porsi con adulti professionisti, per lui che ha fatto della comunicazione e del rapporto coi giocatori una cifra personale, ha aggiunto una dimensione alla sua carriera nel triennio dal 1970 al 1973 alla guida dei New York News della Aba, con la stella Brent Barry e confrontandosi con la sfida di un ruolo più ampio. Salvo realizzare presto che non era il suo ambiente, non era il suo basket, per lui che si è sempre considerato più un insegnante.
LA SUA ITALIA
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Non solo i riti del caffè, del cappuccino e della sfogliatella. Non solo la passione per la pesca, la caccia e i funghi figli del legame con lo zio Antonio, tenuto vivo (come la lingua) dalle telefonate con la cugina Ines. Il legame con l’Italia, dove era comunque tornato per un anno a 8 anni di età, fino a essere nominato Cavaliere della Repubblica nel 1990, è stato anche cestistico. Col fuoriprogramma dell’incontro con Paolo VI a Castelgandolfo, per lui molto cattolico, il momento simbolo è lo storico clinic al palazzetto di viale Tiziano a Roma nel luglio 1966, tenuto in italiano di fronte a circa 400 tecnici, che ha rivoluzionato il basket italiano portando concetti come programmazione stagionale e settimanale, preparazione della partita, riscaldamento, uso di aiuti nella difesa a uomo. Non per niente viene fissato qui l’inizio dell’età dell’oro della nostra pallacanestro, anche se, con in mezzo anche un’amichevole nel 1971 in cui ha battuto l’Italia, una menzione la merita anche il clinic di Torino del 1979 con Hubie Brown e Dave Gavitt. Un santone, uno di noi. Così lontano, così vicino.












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