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Il tecnico argentino scelto un anno e mezzo fa per unire l’America del soccer punta molto sulla preparazione mentale e sullo spirito di gruppo: “Why not us?” è il suo mantra
Comparso con ciuffo vispo e accento latino nella pancia dello sconfinato SoFi Stadium, Mauricio Pochettino ha lanciato il proprio manifesto mondiale, giusto alla vigilia del debutto con il Paraguay qui a Los Angeles: “Dobbiamo tornare bambini, giocare senza pressioni”. Un po’ di sacrosanta leggerezza in un mondo di pesantezza insostenibile: ha accompagnato ogni metro dell’avvicinamento al torneo, tra polemiche per i biglietti fuori controllo e blocchi alle frontiere, e non rende facile il cammino alla stessa nazionale statunitense. Il ct scelto un anno e mezzo fa per cambiare e unire l’America, almeno quella del soccer, ha comunque un codice tutto suo: ci sarà tempo per parlare di tattica e di chi mettere accanto a Pulisic sulla trequarti, meglio esplorare la geografia delle emozioni, parlare di preparazione mentale, di spirito di gruppo, tutto ciò che potrà servire nella sfida più impensabile della vita. Non è stato certo lineare, infatti, il percorso che ha portato Pochettino sulla panchina degli Stati Uniti: a 54 anni, dopo la Champions sfiorata con il Tottenham e i passi indietro in altre grandi del Continente, prima Psg e poi Chelsea, esperienze entrambe contraddittorie, l’argentino che è nella lista di Cardinale per la panchina del Milan si trova a guidare una nazionale che non appartiene ancora alla più alta nobiltà, ma che vorrebbe tanto entrare nel salotto buono dopo quest’estate.









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