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L'ultimo scudetto vinto con Sarri, poi una girandola di allenatori, dirigenti, progetti, calciatori, milioni bruciati... la Signora ha perso se stessa. Ora arriva Carnevali, ma la Juve non è il Sassuolo...
Più amministratori delegati che trofei. Più allenatori e direttori sportivi che campioni. La Juve vive un’era strana, decisamente anomala se incastrata nei suoi 129 anni di storia. Quasi mai era rimasta così a lungo senza scudetto — sei stagioni sono un’enormità per la società bianconera, di periodi peggiori ce ne sono stati pochissimi — ma colpisce ancora di più l’instabilità ai vertici del club. Dal 2020, quando Sarri ha portato a Torino il nono titolo consecutivo, i dirigenti sono saliti e scesi dal vagone juventino come se fosse quello di una metro: da Arrivabene a Scanavino, da Comolli a Carnevali; da Paratici a Cherubini, da Giuntoli allo stesso Comolli (che è stato anche uomo mercato) fino a un nuovo ds destinato ad arrivare entro breve. Uno dentro e uno fuori, a ogni fermata, a ogni insuccesso. E tutte queste rivoluzioni si sono portate dietro cambiamenti continui in panchina: Pirlo, Allegri, Motta, Tudor, Spalletti. Tutto è cambiato, tranne i risultati. Che, anzi, con il tempo sono perfino peggiorati. Pirlo quanto meno ha portato a casa le due coppe nazionali e Allegri una coppa Italia. Sembravano insuccessi, poco per un club così potente, ricco, grande. Adesso si è scivolati addirittura fuori dalla Champions, altro che coppe.









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