La scoperta dell'Ushikuvirus riaccende il dibattito sul ruolo dei virus giganti nell’evoluzione e nelle origini della vita
Daniele Particelli
28 gennaio - 16:17 - MILANO
È stato scoperto in Giappone, in un lago della prefettura di Ibaraki, a nord di Tokyo, un virus gigante che ha subito attirato l'attenzione dei ricercatori, convinti che questa scoperta potrebbe aiutarci a rispondere a una delle domande più affascinanti della biologia: come hanno avuto origine le cellule complesse e, di conseguenza, la vita come la conosciamo oggi?
Il virus gigante Ushikuvirus è stato descritto per la prima volta in uno studio pubblicato sul Journal of Virology da un team guidato da Masaharu Takemura della Tokyo University of Science, in collaborazione con l’Istituto nazionale giapponese di scienze naturali. Si tratta di un virus gigante che infetta le amebe, organismi unicellulari spesso utilizzati come modello per studiare le interazioni tra virus e cellule ospiti.
Perché i virus giganti incuriosiscono i biologi?
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I virus giganti rappresentano una categoria particolare: sono molto più grandi dei virus classici e possiedono genomi complessi, con centinaia o migliaia di geni, alcuni dei quali sembrano più simili a quelli delle cellule che a quelli dei virus tradizionali. Per questo motivo, da anni sono al centro di un acceso dibattito scientifico sul loro ruolo nell’evoluzione.
Secondo il professor Takemura, i virus giganti possono essere considerati una sorta di “tesoro biologico” ancora in gran parte inesplorato. Studiarli significa esplorare una zona di confine tra il mondo dei virus e quello degli organismi viventi, una zona che potrebbe aver avuto un ruolo chiave nella comparsa delle cellule eucariotiche, cioè quelle dotate di nucleo, come le nostre.
Le caratteristiche uniche dello Ushikuvirus
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Lo Ushikuvirus infetta un tipo di ameba chiamata vermamoeba ed è morfologicamente simile a virus giganti già noti, come quelli della famiglia dei Mamonoviridae, in particolare il Medusavirus, caratterizzato da numerose piccole protuberanze sulla superficie del capside, il rivestimento proteico che protegge il materiale genetico.
Questo nuovo virus, però, mostra anche delle differenze importanti, a cominciare dal modo in cui si replica all’interno della cellula ospite. A differenza di altri virus giganti simili, che sfruttano il nucleo dell’ameba mantenendolo intatto, lo Ushikuvirus rompe la membrana nucleare per produrre nuove particelle virali. Questo comportamento lo avvicina, dal punto di vista evolutivo, ad altri virus giganti come i pandoravirus e suggerisce un possibile legame filogenetico tra famiglie virali finora considerate distinte. Un'altra particolarità dell'Ushikuvirus è l’effetto sull'ospite: le amebe infettate crescono fino a diventare cellule insolitamente grandi, un segnale di una profonda riorganizzazione dei meccanismi cellulari indotta dal virus.
Un indizio sull’evoluzione delle cellule complesse
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Perché tutto questo potrebbe essere rilevante per le origini della vita? Confrontando le differenze strutturali e funzionali tra virus giganti come Ushikuvirus, Medusavirus e altri, i ricercatori giapponesi stanno cercando di ricostruire come questi microrganismi si siano diversificati nel tempo e come le loro interazioni con le cellule ospiti possano aver contribuito all’evoluzione delle cellule eucariotiche.
L'ipotesi è che alcuni virus giganti abbiano trasferito geni e funzioni alle cellule primitive, favorendo la comparsa di strutture complesse come il nucleo. In questo senso, i virus non sarebbero stati solo parassiti, ma anche protagonisti attivi dell’evoluzione biologica. Oltre all’interesse teorico, però, la scoperta dello Ushikuvirus potrebbe avere implicazioni pratiche. Alcune specie di amebe, come le Acanthamoeba, possono causare gravi infezioni nell'uomo, tra cui forme rare ma letali di encefalite. Comprendere come i virus giganti infettano e distruggono le amebe potrebbe, in futuro, aiutare a sviluppare nuove strategie per controllare o prevenire queste infezioni.











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