"Non puoi allenarti come Tarzan e vivere come Mick Jagger": Itoje, dottore, poeta e capitano inglese

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Il padre gli disse "Niente laurea, niente rugby". Ora lui lotta contro il razzismo, mette in discussione vecchie tradizioni, e sabato sfiderà l’Italia al Sei Nazioni

Francesco Palma

2 marzo - 12:12 - MILANO

Maro Itoje è uno che ci mette la faccia. Sempre. Lo fa quando l’Inghilterra, di cui è capitano, da favorita del Sei Nazioni finisce a lottare per non arrivare ultima. Lo fa quando bisogna parlare di razzismo, di politica, di temi davvero importanti (“Non sono solo un rugbista, quella è solo una parte di me”). Lo fa anche a costo di mettersi contro i tifosi, di mettere in discussione tradizioni storiche del tifo e del rugby inglese. Itoje non è mai stato come gli altri, ma allo stesso tempo non ha mai voluto distinguersi per forza, per necessità: è semplicemente questo. Da un anno è il capitano dell’Inghilterra che sfiderà l’Italia sabato, è un giocatore simbolo della Nazionale (esordio nel 2016 a 21 anni) e un elemento fondamentale in campo, con le sue braccia da piovra e i suoi 2 metri per 115 kg che non gli impediscono però di essere elastico e dinamico. Ma è anche un simbolo della lotta al razzismo (“anche dopo aver esordito andavo in alcuni supermercati e mi scambiavano per un dipendente, e questo succede a molti neri. E per i neri la strada è sempre più insidiosa”), un amante della cultura, appassionato di quadri e di poesia, e un uomo che porta avanti le sue idee a testa alta e a schiena dritta. In campo e fuori.

"Se i voti si abbassano il rugby finisce"

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Nato da genitori nigeriani, Itoje non è il classico inglese cresciuto rigorosamente a pane e rugby: “Non sapevo nemmeno cosa fosse. Ho iniziato a giocare a rugby senza nemmeno conoscere le regole e senza sapere se fossi davvero bravo: volevo solo farmi degli amici, e poi ero innamorato della cravatta del club della mia contea, volevo indossarla a tutti i costi”. Fatto sta che quando Itoje inizia a giocare sul serio, tutti capiscono subito che è di un’altra pasta.

Anche se in famiglia non la pensano allo stesso modo: “Se c’è una verità sulle famiglie nigeriane, è che tutte vogliono lo stesso futuro per i figli. Vogliono che tu diventi medico, imprenditore, ingegnere o avvocato. Se fai il dentista, ancora ti parlano. Se fai politica, forse puoi tornare a cena ogni tanto. Tutto il resto scordatevelo, vogliono lavori seri, sicuri: lo sport non ne fa parte, soprattutto sport quasi sconosciuti in Nigeria” ha raccontato a The Players’ Tribune. Eppure, Maro è davvero bravo, tanto che un insegnante della St George’s School (a nord di Londra, dove giocava) provò a convincere il padre, il più severo: “Signor Itoje, suo figlio è molto bravo a rugby. Potrebbe avere un futuro”. Il padre acconsentì, a una condizione: “Se i voti scendono, il rugby finisce”. E fu la stessa che pose quando a 18 anni arrivò la chiamata dei Saracens, uno dei club più importanti d’Inghilterra: può andare, a patto che si laurei. Fu non solo un grande insegnamento, ma forse la vera chiave del successo di Itoje: è cresciuto senza la pressione di dover diventare ‘qualcuno’ con il rugby, senza quelle aspettative dei genitori che troppo spesso rovinano la passione dei figli ancor prima che arrivino ad alti livelli.

i saracens, l'inghilterra e... la laurea!

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È qui che Itoje matura l’idea che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera. Per diventare un rugbista serve sacrificio: “Non puoi allenarti come Tarzan e vivere come Mick Jagger”. Passa due anni folli: sveglia alle 6 del mattino, palestra, lezioni obbligatorie, allenamenti, e poi partite ed esami. Tutto insieme: rugby e studi di scienze politiche, ma è lì che capisce che i genitori avevano ragione. Essere rugbisti non è tutto. E non è un caso che i traguardi arrivino quasi contemporaneamente: la laurea in scienze politiche e l’esordio in Nazionale.

E quando nel 2016 arriva la chiamata di Eddie Jones, anche i genitori si ‘arrendono’: “Ora mi seguono sempre, sono i miei primi tifosi”. Nel frattempo, in Itoje cresce qualcosa che va oltre il rugby. Studiare non è più soltanto un obbligo, un “male necessario” per giocare a rugby, ma una parte del percorso stesso, e un modo per capire molto di più di sé stesso e del mondo: “Ero Maro Itoje, prima ancora di essere un giocatore di rugby.”

Prima sono Maro, poi sono un rugbista. Io poeta? Ok, ma non vorrei che tutti pensassero che sia Shakespeare...

Maro Itoje

Prima di partire per una partita con gli England Saxons – una delle seconde selezioni inglesi – consegna in Università un progetto sulla tratta atlantica degli schiavi: “Studiando ho capito che i problemi dell'Africa non derivano da cent'anni di colonialismo, ma da circa quattrocento anni di tratta degli schiavi, che ha spopolato il continente facendo perdere importanti risorse intellettuali”. Itoje legge, approfondisce, si appassiona. Parla di Kwame Nkrumah, padre dell’indipendenza ghanese, e di Nnamdi Azikiwe, primo presidente della Nigeria indipendente, intellettuale del panafricanismo. Intanto scriveva poesie (“Adesso tutti pensano che io sia Shakespeare” disse ridendo) e cominciava a parlare di razzismo, anche pubblicamente.

il supermercato, i cori e il razzismo

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L’episodio del supermercato e i cori inglesi C’è un episodio che Itoje racconta spesso, e che è abbastanza emblematico, risalente al 2020: “Ero in un supermercato. In pratica, un membro dello staff mi ha scambiato per uno dei dipendenti. Non è la prima volta che succede. Di solito è qualche cliente che mi chiede dove si trova il latte. Stavolta era proprio una dipendente: mi ha chiesto a che ora iniziavo il turno. Una cosa assurda. Non credo che ai bianchi succeda. Questo mette in luce alcuni dei pregiudizi che le persone hanno. È un’esperienza condivisa da molti non bianchi, ti fa capire quanto siano radicate certe cose. La maggior parte delle persone non si rende conto che ciò che sta dicendo o facendo è razzista finché non glielo si spiega. Il razzismo è razzismo, indipendentemente dall’intento che c’è dietro”. Itoje comincia la sua battaglia, a modo suo, e prende posizione anche su uno dei cori storici del tifo inglese: “Swing Low, Sweet Chariot”, sempre presente a Twickenham. Itoje spiegò di essersi reso conto delle origini del testo, legato alla schiavitù afroamericana: “Lo cantavo senza sapere a cosa era legato”. Le dichiarazioni generano polemiche, ovviamente, anche perché Itoje era all’apice della carriera ma non ancora il capitano, né il simbolo che è oggi: “Credo che nessuno a Twickenham lo canti con intenti maliziosi, ma serve consapevolezza, perché quel coro ha un background complicato”. È lo stesso approccio che porta fuori dal campo. Itoje è attivo con “The Black Curriculum”, un’organizzazione che lavora per inserire la storia nera britannica nei programmi scolastici.

In un supermercato un membro dello staff mi ha scambiato per uno dei dipendenti. Assurdo. Non credo che ai bianchi succeda

Maro ItojeCapitano dell'Inghilterra

Durante il lockdown ha lanciato “Pearl Conversations”, una serie di podcast in cui ha parlato con artisti, sportivi, attivisti. E con la sua Pearl Fund ha avviato un progetto a Lagos per sostenere l’istruzione di decine di bambini nei prossimi quindici anni. Poi c’è l’arte: ha fondato Akoje Gallery, uno spazio dedicato ad artisti africani e della diaspora. Colleziona opere, studia, sceglie con calma. “Non sono una persona impulsiva quando si tratta di decisioni finanziarie. Se vedo un’opera che mi piace, ci penso. Torno a casa, faccio ricerca. E se continuo ad amarla, allora la compro”. Itoje non è mai stato “solo” un rugbista, soprattutto perché nessuno – soprattutto in famiglia – gli ha mai chiesto di esserlo: ora è il capitano dell’Inghilterra, dei British&Irish Lions (il “Dream Team” che ogni 4 anni va in tour nell’Emisfero Sud contro Nuova Zelanda, Sudafrica o Australia), ma è anche un attivista, un collezionista di opere, un laureato in scienze politiche. Sempre però con lo stesso messaggio che ha imparato da bambino: “Svegliati presto. Fai i compiti. Impara le regole. Prendi quella cravatta. E forse, un giorno, arriverai da qualche parte”.

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