(di Francesco Gallo)
"Il cinema è magico perché, come nel
caso di questo film, contribuisce a disturbare il nostro modo di
vivere normalmente accettato. Il diritto all'aborto o i diritti
delle donne in genere sono nati anche con il sostegno di film
disturbanti come questo, capaci anche di abbattere le
frontiere". Così al Bif&st Nadia Melliti, vincitrice a Cannes
come miglior attrice per il suo ruolo in 'La più piccola', terzo
film da regista di Hafsia Herzi, attrice e regista
franco-tunisina, tra le interpreti più amate di Abdellatif
Kechiche. Il film, che sarà in sala con Fandango dal 23 aprile,
è tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Fatima Daas,
pubblicato in Italia da Fandango Libri.
Melliti nel film è Fatima, diciassette anni, la più piccola
di tre sorelle di una famiglia musulmana di origine algerina.
Cresciuta tra affetto familiare e tradizioni, affronta il
delicato equilibrio tra preghiere sussurrate e sogni proibiti.
Studentessa di filosofia a Parigi, Fatima intraprende un viaggio
alla ricerca della propria identità che la porta a frequentare
una giovane coreana, Ji-Na (Ji-Min Park), che la inizia al sesso
lesbico. E questo sempre nel tentativo di conciliare cuore,
amore e devozione.
Che ne è oggi in Francia dell'integrazione tra cultura
islamica e Occidente? "Ne so poco - dice l'esordiente attrice
ventitreenne, che viene dal calcio femminile professionistico -,
ma è un peccato che non ci sia questa volontà di integrazione.
La bellezza del mondo sta proprio nel fatto che si possa
viaggiare e scoprire modi di vivere completamente diversi, a
patto però che le persone non facciano del male, siano felici,
possano vivere senza alcuna tensione". E ancora l'attrice: "Se
guardiamo un po' alla situazione delle guerre oggi, sono in
genere dovute all'ignoranza, alla mancanza di empatia nel capire
gli altri".
Come ha reagito la sua famiglia nel vederla in un film nel
ruolo di una lesbica? "È stata molto, molto sorpresa perché fino
a quel momento mi vedevano solo giocare a calcio negli stadi,
quindi non si aspettavano proprio di vedermi su uno schermo.
Comunque non ci sono stati problemi: faccio parte, per fortuna,
di una famiglia di liberi pensatori".
Com'è nata la sua passione per il calcio? "Mi sono
appassionata quando ero molto piccola, perché giocavo a scuola
con i miei amichetti. Mi piace perché è uno sport collettivo,
una cosa che ho ritrovato anche nel cinema, perché l'attore non
è mai solo e c'è la stessa solidarietà di gruppo. Per quanto
riguarda i miei giocatori preferiti, che mi hanno ispirato,
sicuramente Ronaldo e Zidane. Ma prima di darmi al calcio mi ero
appassionata alla lotta, che non è affatto uno sport collettivo
e che alla fine, non a caso, ho mollato; ho avuto anche una
parentesi con la chitarra".
Alla fine cosa sceglierà, calcio o recitazione? "Entrambi -
risponde sorridendo l'attrice, che ha origini italiane da parte
paterna -. Il cinema è qualcosa di immortale, resta anche quando
non ci sarò più e questo mi piace molto. Come amo il fatto che,
quando interpreto i personaggi, mi sembra di morire un po'".
Da sottolineare infine che il film ha ricevuto anche la Queer
Palm e che Nadia Melliti ha vinto anche il premio come Miglior
Attrice Emergente ai César 2026.
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