Secondo alcuni ricercatori canadesi il ritmo dei pasti potrebbe influenzare l'attività del morbo di Crohn, anche più della stessa dieta
Eugenio Spagnuolo
21 marzo - 11:39 - MILANO
Non conta solo cosa mangiamo, ma anche quando lo facciamo. Un principio che il digiuno intermittente ha reso popolare negli anni e che ora trova conferma anche in un ambito meno scontato: il morbo di Crohn, una malattia infiammatoria cronica dell'intestino per la quale non c'è ancora una cura definitiva. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Calgary e dell'Università della British Columbia (Canada) ha condotto uno studio clinico randomizzato per vedere se limitare i pasti a una finestra di otto ore al giorno potesse incidere sui sintomi. I risultati, pubblicati sulla rivista Gastroenterology, lo confermano: in appena dodici settimane l'attività del Crohn si è ridotta del 40% e il disagio addominale del 50% rispetto a chi ha continuato a mangiare senza restrizioni orarie.
Alimentazione a tempo
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Lo studio ha coinvolto 35 adulti con morbo di Crohn in remissione clinica, tutti in sovrappeso o con obesità, una condizione che complica la malattia perché il grasso viscerale alimenta l'infiammazione e riduce la risposta ai farmaci. Venti partecipanti hanno digiunato per 16 ore consecutive al giorno, sei giorni su 7, consumando i pasti nelle restanti otto. Gli altri quindici, invece, hanno proseguito con le consuete abitudini alimentari, consumando la stessa quantità di cibo dell'altro gruppo. Questo ha permesso ai ricercatori di scoprire che chi aveva seguito il digiuno a tempo aveva perso in media circa 2,5 kg, mentre il gruppo di controllo ne aveva guadagnati 1,7.
Morbo di Crohn e digiuno intermittente
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Le analisi del sangue hanno rivelato, poi, una riduzione dei marcatori infiammatori e immunitari, tra cui la leptina e il PAI-1, insieme a una diminuzione del grasso viscerale. "Le persone con il morbo di Crohn cercano spesso metodi pratici per supportare la propria salute accanto ai farmaci", spiega Natasha Haskey, dietologa e ricercatrice presso l'Università della British Columbia. "La nostra ricerca suggerisce che un'alimentazione a tempo limitato possa essere un'opzione possibile". Maitreyi Raman, gastroenterologa all'Università di Calgary e responsabile della ricerca, aggiunge: "Fino al 40% dei pazienti con Crohn non risponde alle terapie: il digiuno e le strategie di gestione del peso hanno il potenziale di rompere questo tetto se usati in combinazione con i trattamenti tradizionali".
un piccolo studio
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La cautela, come sempre in questi casi, è d'obbligo: si tratta di uno studio pilota con un campione ridotto e limitato a pazienti in sovrappeso già in remissione. Il digiuno intermittente, precisano gli stessi ricercatori, non è una cura e non sostituisce i farmaci. Ma mostra una via, a basso costo e accessibile, su come il ritmo dei pasti possa influenzare l'infiammazione intestinale e la salute immunitaria. Il prossimo passo prevede studi più ampi per capire se questi benefici reggono nel tempo e se possano anche estendersi a pazienti con altre sindromi infiammatorie dell'intestino.










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