Mondiale Wbc Superpiuma: Magnesi all'assalto del "Piranha" Garner

1 ora fa 1

Sabato a Southampton il match contro il pugile più raffinato che il nostro ha affrontato negli ultimi anni

Paolo Marcacci

Collaboratore

18 giugno - 15:18 - MILANO

Adesso ci siamo davvero: è tutto pronto al "St. Mary's Stadium" di Southampton per ospitare, sabato 20 giugno, la sfida per il Mondiale WBC a Interim dei Superpiuma tra Ryan Garner e Michael Magnesi. Il match, organizzato dalla QueensBerry, sarà trasmesso da DAZN. Cominciamo dall'avversario, tecnicamente di tutto rispetto: Ryan Garner, soprannominato “The Piranha”, è probabilmente il rivale più raffinato tra quelli che Magnesi ha affrontato negli ultimi anni. Arriva imbattuto e ha conquistato titoli europeo, britannico e Commonwealth dei Pesi Superpiuma prima di accettare la sfida per il titolo mondiale contro l’italiano. Che pugile è Garner? Innanzitutto un raffinato schermidore; uno che lavora molto bene sulle distanze, riuscendo a colpire da angolazioni insolite; dotato di un'alta soglia di precisione. Sa aumentare il ritmo quando vede l’avversario in difficoltà, non essendo uno da pressione costante ma, al contrario, uno che sa ragionare in base a come si susseguono le fasi del match. Diversi osservatori britannici hanno sottolineato la sua precisione, la fluidità dei movimenti e la pericolosità data dalla capacità di estrarre un campionario variegato di colpi anche quando non sembra essere nella posizione ideale. 

emisferi opposti

—  

Michael Magnesi ha preparato il confronto per esprimersi ad alta intensità, essendo soprattutto un pugile che incalza, con ritmo e pressione elevata. Sa bene che contro un simile antagonista dovrà esibire la miglior versione di se stesso. Dove e quando potrebbe arrivare la fase decisiva del match? La chiave ha un qualcosa di cinematografico, visto che i due provengono da opposti emisferi pugilistici. Magnesi deve trasportare il combattimento sul terreno di una battaglia fisica, ad alto ritmo, esercitando una pressione costante. Garner punta invece a mantenere ordine, a "usare" il perimetro del ring in base al quadro strategico e alle scelte tattiche via via più convenienti, per far leva sulla precisione chirurgica dei suoi colpi, soprattutto col protrarsi delle riprese. È evidente che stavolta parliamo di un incontro fondamentale non solo per la carriera del pugile Magnesi ma per le necessità del pugilato italiano che deve rialzare la testa su scenari prestigiosi. Nella fattispecie, parliamo di un atleta tutto sostanza e niente fronzoli, uno che non è mai stato personaggio nell'accezione più abusata del termine nella boxe, perché non ne ha avuto l'intenzione e nemmeno il tempo: la sua parabola agonistica è stata segnata e contrassegnata da una regolarità di prestazioni che è sempre stata figlia di una preparazione meticolosa, di una dedizione a quella fatica che sin da quando era un ragazzino ha rappresentato la prima della sue ambizioni; prima ancora della gloria, che poi sarebbe arrivata, Michael Magnesi sognava di fare la vita del pugile che soffre per conquistarla. Non è un caso che il suo modello sia stato, sin dagli inizi, Marvin Hagler, alla cui meraviglia espressa sul quadrato corrispondeva una dedizione da samurai al sacrificio. 

il ruolo del padre

—  

Sacrificio, già: nella biografia di Michael questa parola non trova soltanto la sponda dei chilometri di corsa, delle migliaia di salti di corda, degli "aghi" all'addome dopo l'ennesimo piegamento; quando era giovanissimo e si barcamenava tra gli allenamenti e il lavoro, anzi i lavori tra forno e cantiere, Magnesi ha dovuto prendere confidenza con la malattia del padre, quel tumore che solo a nominarlo a un ragazzino può sembrare una montagna invalicabile. Proprio grazie a suo padre, nel momento del bivio esistenziale di quest'ultimo, Michael ha fatto in modo di non lasciare la boxe. Nove ragazzi su dieci, anche comprensibilmente, avrebbero smesso di allenarsi, tanto più che c'era già la fatica del lavoro di mezzo. Col genitore si fecero una promessa vicendevole: avrebbero lottato contemporaneamente, su due ring diversi, molto diversi: suo padre tra corde di camici bianchi e provette, lui saltellando col caschetto in testa. Era stata la boxe stessa, in quel momento, quasi come un'entità superiore, a fare in modo che quella dedizione il ragazzo con il padre ammalato la trattenesse in una palestra, in un perimetro di corde. Non era ancora un campione, era già uno che meritava di diventarlo. 

tra arcari, rosi e oliva

—  

A quali e quanti tra i grandi pugili italiani del passato potremmo paragonare Michael Magnesi? È un erede della tradizione dei fighter che prevalgono imponendo ritmo e carattere. Per la cura certosina della preparazione, a cominciare dai chilometri di corsa e per l'essere un antidivo naturale operiamo i primi due accostamenti, entrambi molto lusinghieri: Bruno Arcari e Gianfranco Rosi. Sul ring Magnesi ci potrebbe far venire in mente Loris Stecca, per aggressività e voglia di imporre al combattimento quello che era il piano di battaglia preventivato; Magnesi però lavora più sulla continuità dell’attacco che sull’esplosività pura. Quando entra nel ritmo, tende a togliere il respiro all’avversario con una pressione costante, più che con fiammate di accelerazioni. Sin dal tempo degli edordi veniva descritto come un pugile capace di attaccare dall’inizio alla fine del match, mettendo gli avversari sotto assedio. Inevitabilmente, per ragioni "familiari" essendo diventato suo genero, ha anche acquisito più di qualcosa del Silvio Branco combattente, soprattutto nella mentalità: pochi fronzoli, molta concretezza, disponibilità ad accettare ogni soglia della battaglia e una notevole durezza mentale. È evidente come e quanto Branco sia stato una figura importante nella sua crescita umana e pugilistica. Per altri aspetti Magnesi ci riporta alla mente il Patrizio Oliva maturo: non accostabile per l’eleganza tecnica ma per la capacità di mantenere alta l’intensità senza perdere lucidità. Negli ultimi anni Magnesi ha infatti aggiunto maggiore attenzione difensiva e più varietà tattica rispetto al pugile tutto cuore degli inizi. Il Lupo è solitario, come da storico soprannome che affonda le radici nell'infanzia e in una sorta di investitura paterna; certamente, però, non è solo: un intero Paese e soprattutto un movimento pugilistico che confida in lui per rialzare la testa e rinfrescare i fasti della propria storia gli soffiano alle spalle il loro incitamento, le loro speranze.

Leggi l’intero articolo