L’ex attaccante: "Sacchi mi lanciò a 16 anni: un visionario. Trap mi vedeva come il nuovo Vialli. Asprilla il più pazzo, Zeman la persona più bella"
Peter Pan non fece nemmeno la fatica di partire, l’Isola che non c’era ce l’aveva a due rotonde da casa sua. Parma, anni 90, la meglio gioventù del calcio italiano stava lì e più di tutti si riconosceva in Sandro Melli, che poteva diventare il nuovo Vialli, ma scansò la responsabilità con una finta di corpo, sbilanciando un destino che aveva altri piani. Oggi Peter Pan Melli è un uomo risolto - è responsabile dell’ufficio acquisti di un’azienda che assembla macchine farmaceutiche - e quando guarda nel retrovisore della vita non rimpiange nulla, ma sorride al ricordo.
Chi è stato Sandro Melli?
"Ho dato il 50% delle mie potenzialità. Avevo tutto, fisico e tecnica. Fu il Trap a dire che potevo diventare il nuovo Vialli e lo stesso Mancini, quando mi volle alla Sampdoria, lo fece perché aveva visto in me le qualità di Luca. Il Parma è stato la mia fortuna, ma anche il mio limite. Ero nella mia comfort zone. Qualcosa abbiamo vinto - Coppa delle Coppe a Wembley, Coppa Italia, Supercoppa Uefa - ma lo scudetto no: è mancata la mentalità vincente delle grandi squadre".

Nevio Scala disse di lei: “È il ragazzo più buono, più genuino e più ingenuo del calcio italiano".
"È la mia fotografia, Scala è stato un padre, con lui ho avuto un rapporto di amore-odio. Usava bastone e carota, ma io non capivo. Aveva ragione lui, lo faceva per stimolarmi. Da presidente del Parma non ha mantenuto le promesse che mi aveva fatto: ci scontrammo, avevo ragione io. Ora abbiamo un rapporto meraviglioso, ci vogliamo bene".

A lanciarla nei professionisti in Serie C è stato Arrigo Sacchi.
"Dicembre 1985, avevo sedici anni, gli sarò sempre riconoscente. Viveva già allora solo per il calcio. Quando lo vidi pensai che era un matto, ma era di più: un visionario. Due allenatori hanno cambiato il calcio negli ultimi quarant’anni, Sacchi e Guardiola".
Con Ancelotti lei non legò.
"A Parma, periodo di brutti risultati, riunì la squadra, prese una sedia, si sedette in mezzo allo spogliatoio. Disse: 'Ognuno di voi parli liberamente'. Quando venne il mio turno dissi che speravo venisse esonerato, così avrei giocato di più. In quell’occasione uscì il peggio di me. Però poi arrivammo secondi e Ancelotti mi ringraziò perché avevo dato il mio contributo".

Zeman.
"La persona più bella che ho incontrato nel calcio. Serio, leale, competente. Andavi da lui e dicevi: 'Mister, ho male alla caviglia'. E lui con la sua cantilena: 'Tu correre… tu correre sempre più forte… così ti passa subito'. Una volta rientriamo da una trasferta alle tre di notte, l’hotel è chiuso, non sappiamo come entrare. Vediamo uno che si arrampica su una pianta, si aggrappa a un balconcino, sparisce nel buio e riappare aprendo la porta: era Zeman. 'Ora potete entrare'. A Parma venne esonerato dopo 8 partite: nello spogliatoio piangevano tutti, mai più vista una scena del genere in vita mia".

Con Boskov si è divertito parecchio.
"Partitella del giovedì, era a Perugia da tre mesi. Indicandomi, fa al suo vice: 'Bravo quel ragazzino!'. Il vice sbianca. Boskov si avvicina e mi fa: 'Mi piaci, domenica ti faccio debuttare'. (ride) Avevo 29 anni, avevo giocato 9 stagioni in Serie A. Un’altra volta lo vedo al parcheggio fuori dallo stadio, mi ferma: 'Mi dai un passaggio a casa?'. E io: 'Certo mister, salga pure'. E lui: 'No, ti seguo con la macchina…'. Io: 'Ma dove abita mister?'. Lui: 'E chi se lo ricorda? È la casa dove abitava Zè Maria, sai dov’è?'. Io: 'No mister… mi spiace… però proviamo'. Lui: 'Ricorda: uomo che chiede non si perde mai'. Che mito, lo ricordo con grande affetto".
Al Milan lei fece incazzare di brutto Capello.
"Fuoriclasse assoluto. Conosceva il calcio, ma conosceva soprattutto i giocatori. Credeva molto in me. Mi ero appena ripreso da un infortunio, mi fa: 'Da oggi sei il centravanti titolare'. Giorno di riposo, torno a Parma, vado a giocare una partitella a pallavolo con gli amici, mi rompo la caviglia. Mi massacrò e aveva tutte le ragioni".
Finale di carriera ad Ancona con Spalletti.
"Allenatore eccellente, una persona veramente buona e fuori dal campo pure simpatica. Il suo limite? Ogni tanto è schiavo del suo personaggio".
Quale è stato il suo momento di svolta?
"Un compagno di squadra e amico, Fausto Pizzi. Ci incontrammo a militare, poi nel Parma. Grazie a lui capii che nel calcio potevo fare qualcosa".

Il calciatore più matto con cui ha giocato?
"Facilissimo: Tino Asprilla. In campo e fuori: un circo. Fine allenamento, prende il pallone e indica il presidente Pedraneschi che sta parlando al telefono venti metri più in là: 'Ora lo colpisco in faccia'. Pum! Centrato in pieno, il pres cade a terra come un birillo. Noi accorriamo preoccupati, Tino ride: come fai a non voler bene a uno così?".

Il più forte?
"A Parma Zola, in assoluto Baggio. Ho giocato solo due partite in nazionale, una con lui, a Trieste, contro l’Estonia. Siamo in camera insieme. Sono emozionatissimo. Albertini e Lentini mi fanno: 'Domani mattina se devi andare al bagno svegliati presto'. Lì per lì non capisco. Mattina, vado in bagno, è chiuso, c’è Baggio dentro. Aspetto, si sentono strani rumori…'Ding dong….Tlin….Ding dong…Tlin…'. Penso che si siano rotte le tubature, però sono educato e non busso. Passano dieci minuti, venti, mezzora. Rischio di farmi la pipì addosso, così esco e vado nel bagno della camera di Albertini e Lentini. Ridendo mi spiegano che Robi, che è buddista, tutte le mattine va in bagno per cercare silenzio, fa meditazione, 'Ding dong…Tlin…' e prega per un’ora".