Martinenghi: "Sì, ora mi sento un re. Nadal mi ha insegnato che crederci è tutto"

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Nicolò si confessa dopo l’oro continentale dei 100 rana: "Paltrinieri è stato la mia ispirazione"

13 agosto - 10:00 - PARIGI

La notte dopo una medaglia può essere più agitata della finale che l’ha preceduta. Nicolò Martinenghi lo racconta con un sorriso: è tornato in albergo, ha salutato la famiglia, ha parlato fino a tardi con il compagno di stanza. Poi un sogno decisamente particolare. È la notte di un campione che ha appena aggiunto un altro capitolo alla sua storia, ma che guarda già oltre il podio.

Come ha dormito dopo una serata così?

"È stata una nottata un po’ impegnativa. Mi sono svegliato tutto "impanicato" perché avevo sognato di ricevere un trapianto di cuore. Poi ho aperto gli occhi, mi sono ricordato della sera prima e mi sono tranquillizzato".

È andato subito in albergo?

"Sì, anche se ci ho messo un po’ a tornare dalla piscina. Saranno state le otto, le nove. Poi ho chiesto a Cesare Butini, il nostro ct, una cosa che non sono solito fare: poter andare a salutare i miei genitori, la mia ragazza e sua mamma, che erano fuori a cena. Visto che la mia ragazza è partita oggi (ieri), era giusto passare un po’ di tempo con loro. Li vedo già poco".

E poi?

"Sono tornato in hotel, ho avuto un bel dialogo con Ludovico Viberti, il mio compagno di stanza. Ho risposto a qualche messaggio, ho pensato un po’ e probabilmente si sono fatte le due, le due e mezza. Ma non sono un grande dormiglione".

Il messaggio più bello che ha ricevuto?

"Ce ne sono stati tanti. Però stamattina (ieri), qui a Casa Arena, guardando tutte queste foto, mi è venuto in mente quello di Paltrinieri. Per me è sempre stato una grandissima fonte di ispirazione. Gli devo tanto per l’atleta e la persona che sono oggi. Mi ha scritto una cosa bellissima: non sono le medaglie che vinci a stabilire quanto sei vincente, la responsabilità è diventare un’ispirazione per qualcun altro. E mi ha detto: 'Benvenuto'. È stato importante".

Perché?

"Perché mi ha fatto capire che questa medaglia, pur non essendo paragonabile per valore a un oro olimpico, per me vale tantissimo. Mi porta forse a un livello più alto. Ma non sento la pressione di dover vincere ancora. Magari, come dice Greg, l’ambizione si sposta da un punto all’altro. Il denominatore comune, però, resta uno: voglio nuotare forte".

Le piace l’appellativo "Le Roi"?

"Quando ero piccolo, prima di Rio, avevo un amico, Andrea, che nuotava a Monaco. Facevamo sfide sui 50 rana e lui continuava a dirmi: "Le Roi c’est moi". Ci prendevamo in giro e alla fine lo dicevo anch’io. Ora posso essere un po’ più convinto nel dirlo".

Il suo modello, però, è Rafael Nadal. Perché proprio lui?

"Il tennis è sempre stato uno sport magnifico e affascinante. Da piccolo guardavo le battaglie infinite tra Nadal e Federer e mi chiedevo come fosse possibile che un atleta restasse lì per ore. È uno sport in cui, a volte, sembra contare più la testa del fisico. Nadal mi ha colpito soprattutto per la capacità di trasformare gli infortuni in ancora più successi".

Che cosa ha imparato da Nadal?

"Che non conta nulla se non quanto uno ci creda. Lui ha avuto una forza e una dedizione totali, ha creduto nel lavoro che faceva e lo ha fatto con estrema semplicità. Stefano Napolitano, che si allena nella palestra dove vado a Verona, mi raccontava che Nadal riusciva a vincere le partite prima ancora di giocarle. Aveva una fame incredibile. È questo che rende un atleta un’icona: non solo i risultati, ma la capacità di trasmettere passione e dedizione".

E lei si sente già un’icona, dentro e fuori dalla piscina?

"Capitano della Nazionale lo sono per l’assenza di Gregorio, non per meriti in più. Per il resto, la parte della moda e di tutto ciò che porta il nuoto fuori dalla piscina è divertente, anche se ogni tanto è stancante. Ma è una conseguenza di quello che fai: se non ottenessi risultati, probabilmente non potrei farlo".

Quanto sente la responsabilità di essere un punto di riferimento?

"Non sempre quanto vorrei. Però sento il dovere di trasmettere e dare qualcosa. Un sorriso o una foto non li ho mai negati a nessuno, perché a me non costa nulla. Ricordo una giornata al Campus Aquae di Pavia in cui ho fatto otto ore e mezza di autografi. Magari dopo nove ore sotto il sole sei sfinito, ma alla fine sei contento. Per me quello rappresenta bene cosa significa condividere quello che hai ottenuto con i ragazzi e i bambini".

E quei bambini, poi, crescono. E qualcuno torna nella sua vita.

"È bellissimo. Ogni tanto mi arrivano foto di bambini che ho incontrato cinque anni fa. Io guardo la foto e vedo un bambino che ero io e un bambino che era lui. Poi magari lo ritrovo in Nazionale. È successo anche con Costanza Cocconcelli, che avevo incontrato a un camp nel 2016. Fa parte della mia carriera anche questo".

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