L’ex portiere racconta: "Un onore fare il secondo di Buffon. Conte mi apprezzava, fu l'unico all'inizio a credere allo Scudetto. Firenze? Fu una scelta sbagliata, ogni giorno sapevamo di poter fallire. Adesso sto costruendo una casa sui monti e mi godo la mia semplicità"
Dopo un paio di minuti di telefonata cade la linea. "Mi scusi, sono in montagna e sto costruendo una casa. Non prende molto bene il cellulare". Tempo mezz’ora e richiama lui. "Sono sceso, adesso ci sono". Alexander Manninger risponde dall’Austria col sorriso: l’ex portiere ha smanacciato in calcio d’angolo riflettori e pressioni ed è tornato a fare quello che faceva prima di diventare un calciatore. "Fare il falegname mi ha insegnato l’importanza del sudore e dei sacrifici. Sia Conte che Klopp, nel tempo, hanno apprezzato questo aspetto. Mi dicevano che ero fondamentale per trasmettere ai più giovani l’attitudine al lavoro". Oggi è uscito dal calcio, ma quando ne parla la voce gli sorride ancora. Quando parte non si ferma più, racconta e si perde nei ricordi: dai successi ad Highbury con la maglia dell’Arsenal di Wenger, alla Juventus con Buffon e Del Piero.
Alex Manninger, l’Europa impara a conoscerla in Premier con la maglia dell’Arsenal. Erano i primi anni di Wenger e i Gunners giocavano ancora ad Highbury. Ricordi?
"Mi emoziona anche solo pensarci. Avevo 20 anni, ero un ragazzino. Wenger voleva portare una dimensione internazionale nel club e puntare sui giovani. Io ero uno di quelli. Arsene introdusse anche il ritiro, una cosa inusuale per la Premier di allora. Devo dire che, a dispetto dell’età, in porta mi sentivo tranquillo, davanti avevo un mostro sacro come Tony Adams. Mi ha insegnato tanto. Ho solo un rimpianto: essere andato via troppo presto. Ma sa... volevo giocare".
Scelse Firenze.
"Già e fu una decisione sbagliata. Trovai una situazione assurda, era il 2001 e la società era sull’orlo del fallimento. Per diversi mesi non abbiamo preso lo stipendio. L’allenatore era Mancini e ogni tanto ci diceva. 'Chissà se ci alleniamo domani'. Scherzava, ma sapevamo tutti che potevamo fallire da un momento all’altro. Molti, in più, non erano abituati a una situazione del genere: c’era chi voleva mettere in mora la società, chi andava via, insomma un gran casino...".
Ma la Serie A era nel suo destino. Girerà un po’, fino a consacrarsi a Siena.
"Che città, che pace. Siena è casa mia. Sono stato benissimo e mi hanno trattato da re. Ogni volta che torno mi ricoprono d’affetto. Devo però spendere un grazie per Enrico Chiesa. Avevamo giocato insieme a Firenze — dove eravamo vicini di casa — e mi ha aiutato parecchio all’inizio. Mi diceva 'oggi vieni a cena da me'. Io potevo solo accettare, sennò si arrabbiava. Ma quanto era forte Enrico, mamma mia. Ricordo che si fermava le ore a calciare, fino a che non gli riusciva tutto non andava via dal campo".
Uno simile sotto questo aspetto era Del Piero...
"Altroché! Quando ero il secondo di Gigi Buffon a fine allenamento mi teneva le ore. E quante sfide. Mi stupiva soprattutto nei rigori: un cecchino. E poi quante risate. Ale è pure un grande golfista, ogni tanto ci sentiamo per parlarne. Prima o poi ci sfideremo, come facevamo su rigori e punizioni alla Juventus".
Chi vinceva?
"Lui, quasi sempre. Era di un’altra categoria. A golf forse ce la giochiamo".
Citava lei Buffon, come è stato il rapporto con Gigi?
"Fantastico, davvero. Non mi ha mai fatto pesare la sua grandezza. Mi stupivo per la tranquillità che aveva. 'Ma come fai Gigi?', gli chiedevo sempre. Sono onorato di aver giocato con lui e in generale nella Juventus. Che poi, per me è stata un po’ la chiusura di un cerchio".
Ci spieghi meglio.
"Eh, i bianconeri mi avevano praticamente preso dieci anni prima. Feci anche un paio di allenamenti col gruppo, poi arrivò Van der Sar e io andai all’Arsenal. Tornarci era il mio obiettivo".
Conte mi colpì subito: ricordo che all'inizio era l'unico a credere nella vittoria dello scudetto
Alexander Manninger
Il suo ultimo anno alla Juventus fu il primo di Conte da allenatore. Ci racconta che rapporto avete avuto?
"Antonio mi colpì già dal ritiro. Mi prese da parte e mi disse che apprezzava il mio modo di lavorare e che voleva già prendermi quando era a Siena. Ricordo che all’inizio era l’unico a credere nella vittoria dello scudetto. Noi venivamo da due settimi posti e da una serie di scelte societarie sbagliate e confuse. Lui ha rimesso la chiesa al centro del villaggio. Dite così voi italiani, no?".
A proposito di grandi tecnici. L’ultimo ballo l’ha fatto a Liverpool con Jurgen Klopp in panchina. Come è nato il trasferimento in Premier?
"Tutto parti da una telefonata. Jurgen sapeva tutto di me, due anni prima avevo battuto il suo Dortmund con l’Ausburg. 'Voglio quel portiere lì. Quel giorno ci hai parato tutto, devi farlo anche con me'. In realtà poi non ho mai giocato, ma avevo quarant’anni. Lasciare il calcio salutando i tifosi della Kop è stata un’emozione".
Sono felice nella mia semplicità. Adesso negli spogliatoi si pensa più ai post da fare che a lavorare sodo. Ah, come mancano figure come Del Piero, Buffon e compagnia
Alexander Manninger
Qualcuno nel calcio che l’ha delusa?
"Deluso no, ma sono rimasto dispiaciuto da quello che è successo a Brescia nel 2004. Già dal ritiro estivo De Biasi aveva deciso che non avrei giocato. Senza un reale motivo e senza darmi una possibilità. Ero stato messo in mezzo a uno scambio di giocatori, ma non mi volevano. Così ho preso e sono andato via. Grazie al cielo direi... io sono andato a Siena e poi mi sono guadagnato la Juventus, loro sono retrocessi".
Oggi è tornato a fare il falegname. Il lavoro che faceva prima che il viaggio iniziasse.
"Mi ha insegnato il sudore e la fatica. E oggi sono felice. Il calcio di oggi è solo moda e business, io invece non ho nemmeno Instagram, pensi un po’. Sono felice nella mia pace e nella semplicità. Adesso negli spogliatoi si pensa più ai capelli e ai post da fare che a lavorare sodo. Ah, come mancano figure come Del Piero, Buffon e compagnia...".








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