Nell'estate 2023 il ct lasciò gli azzurri con una Pec inviata da Mykonos, a poche settimane da due gare decisive: poi il contratto faraonico con i sauditi
Questione di opportunità. Una frase che negli ultimi due giorni abbiamo sentito spesso dalle parti della Federcalcio, legata alla decisione di non chiamare Pirlo a guidare la Nazionale. Legittimo, anzi giusto. Perché ci sono circostanze che vanno al di là del calcio giocato e quella che riguardava il rapporto tra l’ex centrocampista e la Russia è stata ritenuta da Malagò poco consona. Anzi, poco opportuna. Viene da chiedersi allora quanto sia opportuno chiamare ora, in un momento in cui cerchiamo - parole del presidente - un tecnico «che getti il cuore oltre l’ostacolo, pieno di passione e disponibilità totale verso la Nazionale», un allenatore come Roberto Mancini, che appena tre anni fa a quella Nazionale ha voltato le spalle lasciandola spiazzata e in enormi difficoltà. È opportuno, nel momento in cui per ricostruire un sistema calcistico si chiede soprattutto affiatamento e attaccamento alla maglia, pensare di puntare su chi per quella maglia ha deciso di non lottare più, preferendo uno stipendio multimilionario in Arabia? È vero, si è scusato, ma non sempre le scuse possono bastare. E l’Italia del calcio, quella fatta di milioni di tifosi, fa fatica a dimenticare.
Rottura shock
—
Vale la pena ricostruire i fatti. Estate 2023, Roberto Mancini, che due anni prima aveva riportato l’Italia ad alzare un trofeo battendo a Wembley l’Inghilterra nella finale dell’Europeo, da qualche tempo appare meno sul pezzo. I risultati stentano, le formazioni non convincono, sembra che dopo quella coppa qualcosa si sia rotto e che rispetto al primo ciclo vincente questo abbia qualcosa di opaco. A giugno si intravedono anche le prime crepe nel rapporto con l’allora presidente Gabriele Gravina, uno che a marzo del ’22, dopo il ko con la Macedonia che ci aveva tenuti per la seconda volta fuori dal Mondiale, aveva respinto le dimissioni del ct, ribadendo di credere fortemente in lui. Eppure qualcosa non va. Si tratta comunque di piccoli segnali che deflagrano il 13 agosto, quando alla Federazione arriva una Pec: il Mancio, con una mail da Mykonos, dà le dimissioni. L’Italia, da Gravina all’ultimo tifoso azzurro, è incredula. Tecnico e presidente si erano sentiti la sera prima per parlare di alcune criticità, ma quella parola, “dimissioni”, non era mai stata pronunciata. Gravina lo chiama, lui non risponde. I tempi e i modi sono più che discutibili, soprattutto se si considera che meno di un mese dopo la Nazionale sarebbe scesa in campo contro Macedonia e Ucraina, partite diventate delicatissime nel percorso di qualificazione a Euro 2024, vista la sconfitta casalinga con l’Inghilterra. I tifosi la prendono malissimo e gli voltano le spalle.
arabia
—
C’è anche altro, notoriamente. Perché quello sgarbo alla Nazionale viene ricordato soprattutto per la questione economica. Per spiegare il suo addio Mancini parla di problemi legati in particolare al taglio del suo staff. Ma prima emerge la storia della clausola di rescissione a favore della Figc in caso di mancata qualificazione all’Europeo, poi, il 28 agosto, arriva la firma con l’Arabia Saudita, contratto da ct faraonico, roba da circa 25 milioni a stagione. Credere che non avesse quest’opportunità anche quando ha inviato la Pec dalla Grecia andrebbe oltre l’ingenuità. E pare esistano anche mail inviate a Gravina in cui, prima dell’addio, reclamava condizioni contrattuali più vantaggiose. Del resto Mancini non ha mai fatto mistero di un certo attaccamento ai soldi. Non è una colpa, sia chiaro, ma in certe occasioni si diventa... inopportuni.










English (US) ·