Malattie delle gengive: tra i fattori di rischio anche caldo e inquinamento

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 tra i fattori di rischio anche caldo e inquinamento

I casi di parodontite grave nel mondo sono raddoppiati in trent'anni e tra i fattori di rischio emergono anche smog e temperature in aumento

Daniele Particelli

26 maggio - 11:42 - MILANO

Lo smog e le temperature in aumento non rappresentano un rischio soltanto per i nostri polmoni e il nostro cuore, oltre che per l'intero Pianeta. Nel corso degli ultimi anni, con l'inquinamento atmosferico in crescita e i cambiamenti climatici sempre più evidenti, diversi studi hanno iniziato a fare i primi collegamenti tra questa nuova realtà e l'aumento delle malattie delle gengive. I dati che abbiamo a disposizione risalgono al 2023, con la pubblicazione del rapporto Global Burden of Disease 2023, secondo il quale i casi di parodontite grave nel mondo sono raddoppiati in trent'anni, passando da 559 milioni a 1,1 miliardi di persone, pari al 14% della popolazione globale.

L'Italia non rappresenta un'eccezione: nel nostro Paese i malati nella forma più grave di parodontite sono cresciuti da oltre 6 milioni a circa 9 milioni negli ultimi 30 anni, pari al 15,7% della popolazione adulta. E le previsioni non sono affatto rosee: secondo le proiezioni possiamo aspettarci più di 1,5 miliardi di casi gravi di parodontite in tutto il mondo entro il 2040. Di fronte a questo dato di fatto, i ricercatori hanno iniziato a chiedersi se potesse esserci una correlazione tra l'aumento delle malattie delle gengive e l'aumento delle temperature e dello smog.

Malattie delle gengive: tra i fattori di rischio anche caldo e inquinamento

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"Due analisi della letteratura pubblicate sul Journal of Clinical Periodontology e sul British Dental Journal hanno evidenziato come inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici siano associati a un aumento dell'incidenza delle malattie parodontali, con un incremento del rischio fino al 9% per ogni aumento annuo di 10 μg/m³ di PM2.5", ha spiegato Leonardo Trombelli, presidente della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP) e professore ordinario di parodontologia all'Università di Ferrara.

Uno dei due studi citati da Trombelli arriva dalla Cina ed è stato condotto su oltre 13.000 soggetti. I risultati hanno rivelato che l'esposizione cronica al particolato fine favorirebbe la parodontite attraverso meccanismi di stress ossidativo, danno al DNA delle cellule epiteliali orali e amplificazione della risposta infiammatoria. Il particolato, secondo i ricercatori, può depositarsi direttamente sui tessuti orali o essere ingerito. Questo può alterare la funzione salivare, rendendo il pH della nostra bocca più acido e riducendo l'ossigeno disponibile, tutte condizioni che facilitano la proliferazione di batteri patogeni.

L'altro studio, condotto nel Regno Unito, si è invece concentrato sulle ondate di calore, sempre più frequenti in Europa e nel resto del mondo. Queste, secondo i ricercatori, agirebbero indirettamente come fattore di rischio attraverso la disidratazione e la riduzione del flusso salivare, "con conseguente accelerazione dell'accumulo di biofilm batterico e peggioramento dello stato infiammatorio gengivale".

Di fronte a quello che sembra a tutti gli effetti un problema in aumento, la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia ha iniziato a promuovere il principio del "Less is More": un approccio clinico più conservativo e biologicamente guidato, che punta a fare di più con meno. In concreto, ha spiegato Trombelli, si tratta di utilizzare tecniche meno invasive e ricorrere più selettivamente alla chirurgia, puntando su interventi più brevi e con un recupero più rapido.

"Nella terapia non chirurgica parodontale l’uso di tecniche di strumentazione a ridotta invasività eseguite in un’unica seduta, dimostra efficacia simile, con riduzione del 60% del tempo alla poltrona per il paziente. Anche le tecniche di aumento di osso nel seno mascellare con un approccio minimamente invasivo, determinano una riduzione di circa il 50% della dose di anestetico e del tempo operatorio e una riduzione di 4 volte del consumo di biomateriali a parità di efficacia clinica", ha concluso l'esperto.

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