Chi era obbligato a vincere se ne va nella notte, chi sognava l'impresa è in strada a festeggiare. Mentre Gattuso e gli azzurri lasciavano la Bosnia con un volo che da Sarajevo fa tappa a Milano prima di fermarsi a Roma, a Zenica è esplosa la gioia tra caroselli, clacson, fumogeni e fuochi d'artificio. Le strade sono intasate ma nessuno ha fretta, mentre i cori per Dzeko rimbalzano da un'auto all'altra.
In mezzo anche alcuni italiani, delusi dal risultato ma catturati da un clima imperdibile. "Abbiamo perso, ma ci è dispiaciuto soprattutto che nemmeno un giocatore sia venuto a salutarci a fine partita - racconta Andrea - Dopo tutta la fatica che abbiamo fatto per essere qui". Andrea è arrivato con Luca dalla Svizzera, in aereo in Germania hanno conosciuto Hamza e Selma, originari di Zenica e Mostar ma a loro volta residenti nel Paese elvetico. "Siamo venuti in auto con loro da Sarajevo, abbiamo visto la partita separati e poi ci siamo ritrovati fuori per bere insieme".
L'epilogo di Bosnia-Italia è la dolce rivincita di chi veniva considerato una vittima sacrificale, di chi troppe volte si è sentito rinfacciare le partite casalinghe nel Bilino Polje: quello stadio casalingo vecchio, malmesso, con le inferriate arrugginite e il campo spelacchiato, una capienza da Serie C italiana. E però l'onda dei tifosi bosniaci in quel catino rimbombava meglio, a sostegno di una squadra che ha stretto d'assedio i quattro volte campioni del mondo fino a farli capitolare dal dischetto.
I numeri dicono che Davide ha battuto Golia. La Bosnia ha poco più di 3,2 milioni di abitanti contro i 59 dell'Italia, un diciottesimo. Il Pil pro capite bosniaco, meno di 10mila dollari nel 2024 secondo la Banca Mondiale, è un quarto scarso di quello italiano. Ieri sui social anche la Federazione bosniaca giocava al piccolino contro il gigante, ricordando che il valore di mercato della rosa azzurra è sei volte e mezzo quello della rosa bosniaca: 833 milioni, contro 127. L'Italia ha giocatori di maggior valore, è più ricca, ha più praticanti e un numero di abitanti incomparabilmente più alto. Gli stadi sono più grandi e più belli. La Bosnia invece va ai Mondiali. Una lezione di calcio e di stile, la prima in campo e la seconda sugli spalti quando il pubblico si è alzato in piedi non solo per l'inno - come da richiesta di Dzeko - ma anche per applaudire l'annuncio della formazione ospite.
"L'Italia è un Paese amico - ricorda Hamza, che il biglietto lo ha trovato poche ore prima della partita -. Siete stati i primi a giocare qui nel 1996". Finì 2-1 per la Bosnia e segnò l'epilogo dell'era Sacchi. Oggi Sacchi compie 80 anni e la Bosnia è ancora un crocevia per il destino azzurro, stavolta più doloroso. Ma l'amarezza degli uni è la festa degli altri.
"Questa partita per noi è come vincere la Coppa del Mondo - continua Hamza -. La Bosnia è piccola, siamo serbi, croati e musulmani. Ma il calcio ci mette insieme. Certo, voi non avete più Baggio, Totti, Maldini…".
È una festa di popolo e di famiglie, come quella di Ajla che ha spento la tv ed è scesa per il carosello: lei e le due figlie si sporgono dal finestrino e salutano, mentre il marito guida, un metro al minuto la velocità di crociera. Anche Riad adora l'Italia, "faccio il camionista e sono stato a Verona, Brescia, Torino, al Frejus. Pensavamo di potercela fare e adesso c'è grande entusiasmo: niente incidenti, solo gioia".
Zenica è un catalizzatore. Bahrudin ha visto la partita con la compagna in una cittadina a una trentina di chilometri, poi sono venuti qui. "Ne avevamo bisogno come Paese, la Bosnia è fantastica". Non infierisce su Dimarco e la sua esultanza al termine di Galles-Bosnia, "quella cosa non lo ha aiutato ma ora siamo noi a ringraziarlo". È il secondo Mondiale dopo quello del 2014. "Oggi è più bello, perché siamo tutti qua".
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