Portare a casa prima il referendum sulla giustizia e subito dopo la nuova legge elettorale, arricchita magari delle preferenze. Sono queste al momento le due principali sfide di politica interna per Giorgia Meloni, che in una lunga intervista a Bloomberg rivendica l'impegno per la stabilità di governo e azzarda un pronostico sulla prossima consultazione popolare: "Se non vincesse il sì, come io invece credo che accadrà, sarebbe una grandissima occasione persa", "un peccato". Quindi punta il dito contro "i toni apocalittici ridicoli" utilizzati da alcuni sostenitori del no alla riforma e chiosa: "Veniamo accusati di voler controllare i giudici" mentre "noi vogliamo liberarli" e "modernizzare" il Paese.
Sebbene il centrodestra stia accuratamente evitando di legare l'esito referendario al destino del governo, in entrambi gli schieramenti c'è la consapevolezza che il responso delle urne - in un senso o nell'altro - potrà incidere anche sui futuri equilibri politici.
Il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia attacca: "Quando Meloni liquida come 'ridicoli' i toni di chi difende l'equilibrio tra i poteri, dimostra un'insofferenza verso controlli e contrappesi". "La destra vuole colpire l'autonomia della magistratura", rincarano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E quest'ultimo si spinge oltre, esplicitando che la vittoria del no "sarebbe una sconfitta del governo".
L'appuntamento per la chiusura della campagna referendaria del 'no' è a piazza del Popolo a Roma il prossimo 18 marzo.
All'evento, organizzato dal comitato 'Società civile per il no', sono attesi la segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente del M5S Giuseppe Conte, i due leader di Avs e il segretario della Cgil Maurizio Landini.
Altrettanto agguerrito il fronte del sì che sta promuovendo iniziative in tutto lo stivale: l'ultima, a Roma, una maratona oratoria di 50 magistrati a sostegno della separazione delle carriere. "La riforma pone le premesse per eliminare quello che è il vero male: la copertura correntizia", sostiene il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Mentre da FI Enrico Costa accusa Pd, M5s e Avs di "non dire una parola nel merito" della riforma, ma chiedere "un voto" solo "secondo una logica di schieramento".
Quanto alla nuova legge elettorale, Giorgia Meloni non ne parla apertamente, ma - a due giorni dall'accordo di maggioranza - il riferimento è implicito. "Il tema della stabilità" fa "la differenza", dice a Bloomberg, perché "quando si ha un orizzonte temporale più lungo, ci si può permettere di mettere in atto una strategia senza spendere le risorse necessarie per ottenere risultati immediati". "E' questa è la ragione per la quale lavoriamo anche con le riforme". Per ora, secondo l'istituto Cattaneo, è quasi impossibile azzardare previsioni su chi potrebbe vincere con le nuove regole: "La distanza tra le due coalizioni risulta risicata" e ulteriori elementi di incertezza derivano dalla loro futura composizione. Un sondaggio di Ipsos fotografa, ad esempio, i cambiamenti negli orientamenti di voto causati dalla nascita del nuovo movimento di Roberto Vannacci.
Se Futuro nazionale è stimato al 3,6%, sono due le formazioni più colpite da questo risultato: la Lega, che perde l'1,9% (attestandosi al 6,1%) e Fratelli d'Italia, con una contrazione dell'1,4% (che li colloca al 28%). In calo anche il Pd.
E' in questo scenario dai contorni variabili che FdI rilancia le preferenze, rimaste fuori dall'intesa con gli alleati. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli auspica possano essere introdotte in Parlamento "per ridare agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti". "Noi l'emendamento per le preferenze lo presenteremo. E vedremo chi gioca sui due tavoli", la sfida lanciata da Italia viva. Che poi lancia un messaggio interno al campo progressista (e al Pd in particolare): "Con una legge che chiede di indicare il candidato premier, le primarie sono inevitabili".
Riproduzione riservata © Copyright ANSA

2 ore fa
2









English (US) ·