L'Iran al Mondiale: dai visti negati all'ex homeless, dallo "svedese" Ghoddos alla star che non c'è

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L'Iran si prepara all’esordio di un Mondiale a tratti assurdo contro la Nuova Zelanda: anche se gran parte delle energie sono state destinate a gestire le pressioni esterne, la squadra allenata da Amir Ghalenoei prova a concentrarsi sulla competizione

Oltre i visti negati e i dirigenti bloccati in Messico per le accuse di vicinanza ai Pasdaran, oltre i campi di allenamento cambiati in fretta e furia e i voli rapidi per mettere piede nel territorio americano e poi ritornare via dopo la partita. Perfino oltre l’ultimo caso incandescente delle bandiere: quelle pre-rivoluzione del 1979, simbolo degli oppositori del regime iraniano, che sarebbero state bandite dalla Fifa negli stadi. Oltre tutto questo rumore, dovrebbe restare soltanto il silenzio del campo. E lì, sul campo, l’Iran si prepara all’esordio di un Mondiale a tratti assurdo contro la Nuova Zelanda: anche se gran parte delle energie sono state destinate a gestire le pressioni esterne, la squadra allenata da Amir Ghalenoei prova a concentrarsi sulla competizione con il vissuto variopinto con cui si presenta al Mondiale. Ecco, allora, alcune delle storie degli iraniani presenti al Mondiale, eccetto uno.

l'homeless che parò cristiano

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Nel romanzo del Mondiale, Alireza Beiranvand è uno dei personaggi più improbabili. Nato nel Lorestan, una regione montuosa dell'Iran occidentale, appartiene a una famiglia nomade. Da bambino trascorre parte dell'infanzia seguendo gli spostamenti della tribù: siamo anni luce lontani da un contesto pro’, ma il sogno, osteggiato dalla famiglia, è diventare portiere. Ancora adolescente, Beiranvand lascia casa e si trasferisce da solo a Teheran per provarci: niente soldi, niente contatti, nessun posto dove vivere. Dorme per strada, nei parchi pubblici, nelle stazioni degli autobus. Per mantenersi, svolge qualsiasi attività: vende tè, lava automobili, raccoglie rifiuti riciclabili, fa il manovale. Quando finalmente entra nel settore giovanile del Naft Tehran, la vita cambia. Da lì inizia la scalata fino a diventare il portiere titolare della nazionale iraniana e, nel 2018, entrare nella storia del calcio asiatico: para un rigore a Cristiano Ronaldo durante il Mondiale in Russia. Così il ragazzo senza casa è diventato un simbolo di Persia.

lo svedese persiano

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Se Beiranvand rappresenta l'Iran profondo, Saman Ghoddos racconta invece l'altra faccia del Paese: quella della diaspora. Nasce a Malmö, in Svezia, nel 1993: i suoi genitori lasciarono l'Iran dopo la rivoluzione islamica e costruirono una nuova vita nel Nord Europa. Ghoddos è cresciuto completamente immerso nella cultura svedese: frequenta scuole scandinave, gioca nelle giovanili locali e parla perfettamente la lingua del Paese che lo ha visto nascere. Sembra tutto pronto per vestire la maglia gialla dei Vichinghi, con cui ha giocato nelle nazionali giovanili, poi la scelta. Quando l'Iran lo contatta, Ghoddos decide di rappresentare il Paese d'origine della sua famiglia. Vince la propria identità profonda, che riconosce un legame culturale e familiare che non si è mai spezzato nonostante la distanza geografica. Per milioni di iraniani emigrati in Europa, Nord America e Australia, Ghoddos è diventato un simbolo: rappresenta il rapporto spesso complicato tra la diaspora e la madrepatria. E in un Mondiale che si gioca proprio negli Stati Uniti, dove vive una delle più grandi comunità iraniane all'estero, la sua figura assume un significato ancora più forte.

il pioniere

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Oggi vedere un calciatore iraniano nei campionati europei non sorprende più. Ma quando Alireza Jahanbakhsh lascia il suo Paese per trasferirsi nei Paesi Bassi nel 2013, la cosa era molto meno comune. Parte giovanissimo, 19enne, e arriva in un ambiente completamente nuovo, con una lingua sconosciuta e un calcio molto diverso da quello iraniano. I primi anni sono complicati e di isolamento, anche culturale, ma l’attaccante è cocciuto e, con il passare del tempo, riesce però a imporsi. Prima al NEC e poi all'AZ Alkmaar, dove raggiunse il punto più alto della sua carriera europea: nella stagione 2017-18 diventa il capocannoniere dell'Eredivisie, mai un altro figlio dell’Iran si è spinto a quelle altezze. Per molti giovani iraniani Jahanbakhsh è il primo vero modello europeo, perfino più della vera stella della nazionale, Mehdi Taremi, che ha in curriculum una finale di Champions.

l'uomo della memoria

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Ogni squadra ha bisogno di un saggio, di qualcuno che conosca il passato e che traghetti nel futuro. Nell'Iran quel ruolo appartiene a Ehsan Hajsafi, oggi 36enne: quando debutta con la nazionale, molti degli attuali convocati sono ancora adolescenti e un tempo lo guardavano ammirati in tv. Ha attraversato oltre 18 anni di storia calcistica iraniana, ha visto cambiare allenatori, generazioni e sistemi di gioco, ma la sua importanza va oltre il campo: nel corso degli anni Hajsafi è diventato una figura rispettata anche per il suo ruolo nei momenti più delicati della nazionale. Dopo la morte di Mahsa Amini, una 22enne vittima dei pestaggi subiti dopo essere stata arrestata tre giorni prima dalla polizia morale iraniana perché accusata di non indossare l'hijab in modo corretto, le proteste incendiano il Paese. Era il 2022: le parole pronunciate dal capitano prima del Mondiale in Qatar fanno il giro del mondo. Pur mantenendo toni prudentissimi, riconosce pubblicamente la sofferenza di molte famiglie iraniane. In una nazionale costretta a ballare sull’orlo dell’abisso, in equilibrio tra sport e politica, basta un minimo per distinguersi.

il fuoriclasse che non c'è

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Stavolta a raccontare la squadra (e ciò che c’è attorno) è un’assenza, discussa e controversa. Per anni Sardar Azmoun è stato considerato il talento più puro prodotto dal calcio iraniano nel XXI secolo: tecnica di grana finissima, capacità sotto porta, esperienza internazionale, il collega perfetto di Taremi. Da giovanissimo ha attirato l'attenzione dei club russi e iniziato una carriera europea che lo ha portato a segnare con continuità e a conquistarsi il soprannome di "Messi iraniano", con un passaggio breve in prestito pure alla Roma. Negli ultimi anni il suo nome è stato associato, però, anche alle tensioni politiche interne all'Iran. Durante le proteste scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini è stato tra i pochi a pubblicare messaggi di sostegno ai manifestanti, attirando l'attenzione delle autorità e diventando una figura particolarmente discussa. La sua esclusione dalla lista definitiva del Mondiale ha inevitabilmente alimentato interrogativi. Inutile anche chiedersi se il contesto politico abbia avuto un peso.

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