Il prossimo avversario del numero 1 ha cominciato a parlare a 4 anni e per anni ha fatto terapia 40 ore alla settimana. Ora è un esempio di tenacia e coraggio: "Non volevo rinunciare a ciò che amo"
Il bambino che fino ai quattro anni non parlava oggi fa check-in per il terzo turno di Wimbledon, miglior risultato in carriera sull’erba londinese. Si è rimboccato le maniche, Jenson Brooksby, per regalarsi due vittorie nette sui sacri prati inglesi e accreditarsi per la sfida contro il numero 1 al mondo, perché “questa è una delle partite più grandi del tennis, al momento. Jannik ha vinto i tornei più importanti per molto tempo, e io amo più di ogni altra cosa giocare grandi partite sui campi Slam”. Brooksby-Sinner è un’opera che fin qua vanta un atto solo, ma memorabile per l’azzurro. Anche se si parla di cinque anni fa, prima di questa reunion datata 2026. Cos’è accaduto nel frattempo a Jenson? Ha cambiato quattro o cinque vite, e si è dovuto rimboccare le maniche ogni volta: contro gli avversari, contro due infortuni gravi al polso, contro una squalifica dell’antidoping. E contro l’autismo.
OSSESSIONE E TALENTO
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Brooksby, a Natale 2024, apre lo scrigno dei ricordi e non tira fuori esattamente delle caramelle: “Sono autistico, e da piccolo i medici ritenevano che il caso fosse molto grave. Fino ai quattro anni non parlavo, per imparare a farlo trascorrevo 40 ore a settimana coi terapisti. Ora avevo bisogno di dirlo a tutti, e magari diventare un esempio per chi ne soffre. Io non voglio rinunciare a fare ciò che amo”. L’ossessione batte il talento, ma se l’ossessione si unisce al talento abbatte anche un gigante come l’autismo. E la missione di Jenson, quella di diventare un modello, fa centro a Houston nell’aprile 2025, quando vince il suo primo titolo Atp (da numero 507 del mondo, un’impresa sportiva) e a fine partita gli si avvicina una raccattapalle: “Grazie, Jenson. Anche io sono autistica”.
PRECEDENTE A WASHINGTON
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Il ragazzo del Delaware, classe 2000, ha qualità fin dai primi colpi alla pallina. Se ne accorgono e ci lavorano, trasformandolo nella scheggia impazzita del circuito: da buon americano sgasa sulle superfici veloci, potenzia dritto e rovescio, affina il servizio. E parte a caccia di exploit. Che arrivano copiosi nel 2021: la prima finale Atp (sull’erba di Newport) e un percorso super nel 500 di Washington, in estate. Jenson macina successi ma si ferma in semifinale, contro Jannik Sinner. Match che odora di finale anticipata e in effetti è equilibratissimo nel primo set: Brooksby si costruisce tre set point sul servizio dell’azzurro, ma vengono tutte disinnescate. Sinner risale la corrente e prevale 7-6, prima di prendersi nettamente anche il secondo parziale perché allo statunitense si sono scaricate le batterie. Jenson ricorda tutto, di quella sfida: “Ma siamo entrambi cambiati molto, da allora” ha raccontato oggi a Wimbledon, “stavolta devo fare i compiti come con qualunque altro avversario”. Quella volta a Washington, comunque, Jannik prevale anche in finale, per il primo titolo 500 della carriera.
CONTRO DJOKOVIC
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Dopo Washington il circuito si accorge di Brooksby, anche perché il ragazzo entra in top 100 a vent’anni e innesca la curiosità degli addetti ai lavori. Curiosità che diventa stupore quando al successivo Us Open si fa strada fino agli ottavi (il più giovane americano da 19 anni a spingersi così avanti) e soprattutto trova la kryptonite a Djokovic per tutto il primo set, vinto addirittura 6-1. Il serbo deve compiere una fatica erculea per rimontare e mettere un mattoncino extra sul sogno del Grande Slam (tramontato poi in finale contro Medvedev), ma prende nota su Jenson: “Ha un gioco indecifrabile, è molto intelligente in campo. Diventerà un grande giocatore”.
SOSPENSIONE DELL’ITIA
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La benedizione di Nole va a dama per metà. Perché le potenzialità di Brooksby diventano sempre più note, ma al varco lo aspettano guai. Fisici, prima di tutto: nel gennaio 2023, all’Australian Open, perde al terzo turno con Tommy Paul e si accorge che qualcosa non va al polso. Serve un’operazione prima al destro, poi al sinistro: interventi delicati, otto mesi di stop forzato. Una mannaia, quando hai neanche ventidue anni e vuoi mangiarti il mondo. Sono i mesi più duri: Jenson lotta contro i dolori e con l’autismo di cui ancora nessuno è a conoscenza. Prima che si presenti una terza ombra, quella dell’antidoping: salta tre controlli e l’Itia è inflessibile, squalificandolo per 18 mesi. Lui spiega: “Sono sempre stato negativo, non ha senso”, ma i giudici ravvisano un “elevato livello di colpa” e gli dicono che dall’infortunio può recuperare senza particolari assilli, perché ne avrà fino a gennaio 2025. Cosa resta da fare? Rimboccarsi le maniche: Brooksby recupera alla grande e racconta al mondo la sua difficilissima storia, prima di riprendersi il circuito a suon di rovesci. Come quelli con cui chiude i punti decisivi a Houston, prendendosi il primo titolo Atp dopo aver cancellato sei match point nell’intero percorso: non fosse un 250, sarebbe una storia da romanzo. Da un anno e mezzo Jenson è tornato a grandi livelli: oggi occupa il numero 81 e sogna di scalare qualche altro gradino. Perché se talento e ossessione giocano dalla stessa parte del campo, lo spettacolo è garantito.










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