Kid Yugi: "Gli eroi? Esistono ancora ma è difficile stanarli"

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Il rapper pugliese presenta il nuovo album ‘Anche gli eroi muoiono’. "Sono cresciuto con i Cccp, Dostoevskij mio faro". E su Sanremo ammette: "Non ora, soffro quando vengo giudicato solo dai numeri"

Può il rap parlare di letteratura? Certo che può, può eccome, e persino il più cinico dei critici rimarrebbe stupito dall’abbondanza di citazioni, non solo letterarie, che attraversano le barre di Kid Yugi nel nuovo disco 'Anche gli eroi muoiono', il terzo in studio, che arriva il 30 gennaio prossimo per Universal. A soli 25 anni cita a memoria la letteratura russa e quella antica, continuando a scavare nel senso di colpa, nel male e nel bene, come il Raskol’nikov di 'Delitto e castigo' o Gilgamesh, l’eroe-re della più antica epopea dell’umanità, sovrano di Uruk, che dopo la morte dell’amico Enkidu intraprende un viaggio disperato alla ricerca dell’immortalità, scoprendo che il limite è l'unica vera condizione dell'essere umano. Il nuovo disco non fa eccezione. Kid Yugi è un giovanissimo che piace ai giovanissimi, ma è anche uno di quei rari casi in cui il pubblico adulto resta spiazzato, e positivamente colpito, dalla lucidità di una scrittura che non ammicca e non si rifugia nel cinismo tout court. Le sue barre sembrano piuttosto un corpo a corpo costante con le contraddizioni dell’uomo contemporaneo.

Alla Universal per presentare il progetto, la sala è riempita di corone di rose bianche con un nastro che riporta i titoli dei brani del disco, le stesse apparse a Milano, in Piazza XXIV maggio, su un gigantesco memoriale, e una grande bara, appoggiata al muro, che richiama la copertina: Kid Yugi riposa in una bara foderata di raso rosso su un letto di rose bianche, e un pugnale in mano. Un’estetica funerea che è parte integrante del racconto. “Sulla copertina ho deciso di far morire me stesso sia per non tirarla ad altri, sia perché il tema centrale del disco è quanto, nella società odierna, l’eroe vero sia l’uomo comune - spiega Kid Yugi -. È un modo per esorcizzare le aspettative che gli altri hanno su di me”. Anche il pugnale, oggi associato sempre più ai casi di cronaca nera che riguardano i giovani, è una scelta prettamente estetica: “E’ una figura ricorrente da quando eravamo ragazzini, non ha un significato allegorico specifico”. Inoltre, “nelle mani di un morto un coltello non è tanto pericoloso: è la mano che tira la coltellata, non il coltello. Un eroe con una croce non sarebbe stato credibile nel disco. Se ne parla anche a livello metaforico: lottare contro qualcosa è indispensabile nella nostra condizione di esseri umani, non per vincere ma come catarsi”.

Il confine sottile tra bene e male, l’analisi della società contemporanea, il concetto stesso di giustizia, i riferimenti letterari e cinematografici. Sono ancora questi i pilastri della scrittura di Yugi, oggi più consapevole e stratificata che mai. Il nuovo album nasce attorno a un concept chiaro: gli eroi non sono figure mitologiche o mediatiche ma persone comuni, quelle che attraversano il proprio tempo senza gloria. E come tutte le storie, anche questa ha un inizio e una fine. I primi due estratti, ‘Berserker’ e ‘Push It feat. Anna, hanno debuttato alla prima posizione della classifica singoli di Spotify, confermando una centralità ormai solida dell'artista nel panorama rap italiano. E il nuovo disco ha superato già le 28mila unità solo con il pre-order su Universal: l’equivalente di un disco d’oro prima ancora che il disco esista. Kid Yugi, al secolo Francesco Stasi, classe 2001, è nato e cresciuto a Massafra (Taranto) ma il suo sguardo è sempre stato altrove. Da bambino voleva fare il bibliotecario per leggere tutto il giorno. E nei suoi testi l’impronta è evidente, grazie a una scrittura che affonda le radici in una riflessione ampia.

“Penso che nella società odierna l’essere umano sia stato un po’ deumanizzato - osserva -. E' post-futurismo: i futuristi volevano imbrigliare con l’arte i rumori delle macchine, io cerco di imbrigliare il rumore che riesce a produrre l’uomo attraverso la macchina. Viviamo solo di paragoni e metafore: qualcosa ci viene sparato addosso a livello di informazioni e noi lo vomitiamo sul resto del mondo. Sentivo che, essendo bombardati da input, è difficile creare qualcosa di proprio in un mondo in cui è stato detto tutto meglio di noi”. A emergere chiaramente è il conflitto interno ed esterno, che racconta bene in ‘Davide e Golia’, il brano che chiude il disco. “Ogni essere umano è sia Davide sia Golia - sottolinea Kid Yugi - e nessuno trascende da questa lotta interiore. È una condizione ineluttabile che attraversa tutti. Questa incombenza ha sempre il fiato sul nostro collo: è una micro-violenza interiore che facciamo a noi stessi".

E poi c’è quella esterna delle strade. "Non penso di insegnare niente a nessuno, ma di dire ai ragazzi che si perdono per strada dietro dinamiche e ideali che non gli appartengono che non ha senso rovinarsi la vita per qualcosa del genere. La canzone inizia con: ‘Vendetta, paura, violenza, rispetto, prevaricazione, odio: è davvero rimasto questo?’. Se parli con un ragazzo di strada sembra che ci sia solo questo, ma è il luogo più ipocrita che abbia mai visto”. Anche il tempo, nell’album, diventa giudice. Come nel brano ‘Mu’ammar Gheddafi’, che esplora la figura dell'eroe nietzschiano tra luci e ombre. “Fotografare il presente dà una vanagloria di essere autentici e precisi, ma secondo me è sbagliato. La narrazione delle cose cambia nel tempo. Quando ero piccolo e uccisero Gheddafi si pensava fosse un dittatore orribile, e magari lo era, ma oggi vedo una classe politica che fa passi indietro rispetto alle opinioni di allora. Il tempo è giudice delle cose, nonostante le manipolazioni del racconto storico". E non sorprende neanche il riferimento ai Cccp, con la voce di Giovanni Lindo Ferretti nell’intro di ‘L’ultimo a cadere’, tratta da una sua canzone ‘Occitania’, che parla della persecuzione dei Catari.

“Sono cresciuto ascoltando i Cccp - ammette l’artista -. Giovanni Lindo Ferretti è stato fondamentale nella mia crescita e quel riferimento alle crociate contro i Catari era un gancio incredibile”. Negli anni la varietà del suo pubblico lo ha sorpreso: “Ho notato che ci sono anche ascoltatori insospettabili: mi hanno scritto persino monaci esorcisti. Credo di essere agli antipodi rispetto a loro, ed è incredibile. Ci sono persone anagraficamente lontane da me che sono riuscite a capirmi, e questo mi rende felice”. Più che un disco oscuro, quello di Kid Yugi è disilluso. “Contro cosa combatto oggi? Contro me stesso, come tutti. Quando si spengono le luci, come in ‘Uno, nessuno e centomila’, scopri un dettaglio di te stesso e potresti impazzire. Io sono timido ed evasivo, e questo si scontra con il ruolo che mi vede sotto i riflettori". È qualcosa che soffre "molto” e che ha voluto raccontare prendendosela con le ipocrisie della società e le sue bugie. “Quella che mi dà più fastidio è la finta meritocrazia. Ormai una persona vale in base a quanto produce in termini di denaro. Non viene più apprezzato nulla che non sia quello. Gli eroi oggi? Esistono, ma è difficile stanarli”.

Le influenze arrivano da lontano ma quasi mai guardano al mondo del rap. “Per la scrittura ho cercato ispirazione fuori. Ho ascoltato molto Guccini per questo disco, anche se è lontano da me. Il rap rischia di diventare autoreferenziale". Si dice tuttavia "affezionato a chi aveva dentro qualcosa che sentivo anche io" come Noyz Narcos. Anche Geolier non fa eccezione: “E' l’ultimo artista che mi ha colpito davvero, un fenomeno, un metronomo. Mi ha affascinato il suo modo di andare a tempo e mi ha fatto pensare che devo lavorare per rendere il mio orecchio altrettanto affilato". Il suo riferimento più grande, "seppur irraggiungibile", ammette, resta Fëdor Dostoevskij. “Mi ha cambiato la vita - spiega -. Quando a 13 anni lessi ‘Delitto e castigo’ non capivo tutto ma mi arrivò la sua sofferenza. Pensai che se un russo cresciuto nell’impero zarista duecento anni fa poteva parlare a un ragazzo della provincia di Taranto, era incredibile. Nei suoi romanzi non ci sono eroi, ma esseri umani ed è quello che ho cercato di fare anch’io”.

Il disco è anche ricco di paradossi. “Kundera dice che se stai seduto tutto il giorno a pensare non fai la rivoluzione, anneghi nei tuoi pensieri. Dostoevskij divide gli esseri umani in categorie, e quelli abbastanza intelligenti da capire la propria condizione sono quelli che soffrono di più”. Anche il mondo del regista giapponese Shin'ya Tsukamoto lo ha affascinato, soprattutto nel brano ‘Bullet Ballet’, che porta il titolo della pellicola del 1998. “Racconta quanto il mondo moderno sia opprimente per l’individuo. A volte l’essere umano, stremato, si lascia andare alla violenza. Mi auguro che quella violenza venga trasformata in arte o in qualcosa di buono”. Il cuore del disco arriva con ‘Per te che lotto’, scritta per la sorella in un momento di difficoltà: “Finì in ospedale e ci spaventammo molto - ricorda Kid Yugi .- Io non potevo fare nulla, non sono un medico, e l’unica cosa era scrivere. In quel brano ho racchiuso l’idea che nella vita, quando guardiamo al passato non ricordiamo la sofferenza perché è sempre dentro di noi”.

E se scrivere un libro “è un sogno nel cassetto”, tra un anno Kid Yugi si immagina abbastanza invariato. “Continuerò a fare il rapper - confida-. Una persona che stimo mi ha detto che l’intelligenza è sapere chi sei, e sarei uno stupido a pensare di competere con chi ha corde vocali migliori delle mie. Sanremo per ora non ce lo vedo: sono molto geloso della mia musica e soffro quando viene giudicata solo a livello numerico”. Ad accompagnare il disco c’è il film-documentario 'Genesi e ascesa di un Anti-Idolo': la prima parte è già disponibile su YouTube, mentre la versione completa arriva domani in anteprima in alcuni cinema selezionati in Italia. Un racconto che alterna interviste a staff, amici e collaboratori a frammenti della quotidianità di Kid Yugi, passando per il backstage della lavorazione di 'The Globe' e 'I Nomi del Diavolo', l’album che ha consacrato Francesco Stasi come uno degli idoli rap del momento. Con 'Anche gli eroi muoiono', Kid Yugi non cambia direzione e si conferma come una delle voci più personali e riconoscibili del rap italiano contemporaneo. (di Federica Mochi)

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