Jovane Cabral: "Le sigarette di Sarri, il lungomare di Salerno... Ora siamo tutti supereroi e sfido Messi!"

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L'attaccante della sorpresa del Mondiale Capo Verde, ex di Lazio e Salernitana: "Con l'Argentina siamo sfavoriti, ma mai dire mai. In biancoceleste giocai poco, in Campania fu retrocessione, però che bei ricordi"

29 giugno - 09:49 - HOUSTON (USA)

Jovane Cabral ha tracciato la sua rotta da bambino, al riparo dal vento. Prima di sbarcare a Lisbona e costruirsi la sua carriera - Sporting, Lazio, Salernitana, Olympiacos, ora Estrella Amadora, prima divisione portoghese -, ha segnato dozzine gol ad Assomada, tra le isole di Sottovento, nella zona sud dell'arcipelago. Si chiamano così perché rispetto alle altre sono al riparo dai venti alisei che soffiano da nord. “Io sono nato e cresciuto a Capo Verde. Oggi lo dico con orgoglio, ripensando al mio percorso. La mia è una famiglia umile, vive ancora sull’isola di Santiago, ad Assomada. Tutto ciò che ho costruito lo devo a loro”. Jovane, 28 anni, punta esterna passata anche per l'Italia, ci risponde in zona mista dopo aver videochiamato a casa, dove son rimasti tutti svegli per vedere Capo Verde centrare i sedicesimi del Mondiale da debuttante. 

Come ci si sente a far parte della storia? 

“Un supereroe, lo siamo tutti. Se penso a qualche anno fa, quando Capo Verde era consideratto l'ultimo degli ultimi e non riuscivamo neanche a giocare le amichevoli, mi sembra di sognare. Una favola così è oltre”. 

Qual è la prima cosa a cui ha pensato? 

“Alla mia famiglia e alla mia isola: io sono nato e cresciuto lì. Fino a 15 anni ho giocato in un piccolo club, il Gremio de Nhagar, e poi sono andato a Lisbona. Ricordo ancora le lacrime dei miei genitori”. 

Come sarà sfidare Messi? 

“Incredibile. Siamo sfavoriti, ma nel calcio mai dire mai…”. 

E tra Leo e Ronaldo chi preferisce? 

“Beh, io sono cresciuto nello Sporting, con le sue foto appese al muro. Ma è impossibile scegliere: dico entrambi”. 

Diplomatico. Come si resta concentrati, ora? 

“L’allenatore è bravo a tenerci coi piedi per terra. Ora è giusto festeggiare, ma da domani ci dimenticheremo dei cori, dei canti, dei balli e penseremo solo all’Argentina. Ci proveremo fino alla fine”. 

Tanto c’è Vozinha tra i pali, giusto? 

“Il nostro faro, così come Stopira, Mendes e gli altri”. 

Capitolo Lazio: che ricordo ha? 

“A livello di spogliatoio e di ambiente, ottimo. Sento ancora Felipe Anderson, Milinkovic, Patric. Sono rimasto molto legato al tifo dell'Olimpico. Era il mio primo anno fuori dallo Sporting, non parlavo bene l’inglese, ero da solo. Insomma, sono cresciuto molto. Purtroppo sono rimasto solo sei mesi. Fosse stato per me, avrei continuato”. 

Con Sarri solo 5 presenze, come mai? 

“Non mi vedeva. In fondo, ci poteva stare: ero giovane e in prestito. Ma appena ho avuto l’occasione di giocare ho segnato, però: contro il Verona in casa. Resta un grande allenatore. Con lui ho imparato parecchio”. 

Un aneddoto che si porta dietro? 

“Le sue trecento scaramanzie. E poi le sigarette. Quando entravi nel suo ufficio c’era l’alone di fumo. È una persona molto riservata, non parlavamo molto, ma il rapporto era buono. I suoi allenamenti erano centrati sulla tattica. Duravano ore…”. 

E di Salerno che ricordo ha? 

“Piazza magnifica: il lungomare, l’Arechi, i tifosi, le brioche col gelato. Purtroppo, quell’anno retrocedemmo in Serie B. Non fu una stagione semplice, cambiammo quattro allenatori”. 

Il miracolo di Capo Verde in una parola? 

“Unione. Se non fossimo fratelli, non andremmo da nessuna parte”.

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