Una decisione che l'esperto sottolinea non essere in linea con le priorità di Donald Trump: "Il prezzo del petrolio non può schizzare o rovinerebbe i piani di politica interna" a diversi mesi dalle elezioni midterm.
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14 gennaio 2026 | 19.00
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Un cambio nella leadership iraniana potrebbe portare a fluttuazioni del prezzo del petrolio fino al 40%, ma un’impennata verso l’alto del greggio rovinerebbe i piani di politica interna del presidente statunitense Donald Trump. “Un intervento deciso degli Stati Uniti in Iran porterebbe a un rialzo del prezzo del petrolio nell’ordine del 30 o 40% e questo non è assolutamente in linea con le priorità di Donald Trump” dice all’Adnkronos Luca Simoncelli, Investment Strategist di Invesco. Le elezioni di midterm si avvicinano e la campagna del tycoon ruota attorno all’”affordability”, il costo della vita. “Il prezzo del petrolio non può schizzare o rovinerebbe i suoi piani di politica interna, con ripercussioni di inflazione di tutti i tipi, facendo rincarare il costo della vita”. I mercati sono sotto pressione, anche se la scorsa settimana il prezzo al barile del greggio ha subito un incremento del 9%.
Quello del petrolio è un mercato che opera in surplus di produzione: “L’offerta di greggio è superiore rispetto alla domanda ed è ben riflesso dalla struttura dei prezzi a termine – spiega Simoncelli -. È anche uno dei motivi per cui, con tutta questa volatilità geopolitica, i prezzi sono rimbalzati ma non in maniera così eclatante”. Il fondamentale, infatti, è discendente, grazie anche alla politica dei paesi Opec+, Arabia Saudita in primis, di aumentare lentamente le quote di produzione nonostante la domanda stagnante. “Si genera uno squilibro che dovrebbe vedere un prezzo sul BRENT anche al di sotto dei 60 dollari al barile, nonostante quanto sta accadendo sul piano internazionale” evidenzia l’esperto.
Più pragmatica la questione dell’olio venezuelano, anche se i mercati non sembrano spaventati. “Il focus è sugli impatti reali – aggiunge -. Abbiamo visto come la capacità di trasferire quei 50 milioni di barili verso gli Stati Uniti sta già prendendo piede. Alcune petroliere sono già partite in direzione Usa. Non mi sembra un tema centrale”. Simoncelli poi rassicura sull’inflazione: “La nostra visione è che nel 2026, a seconda anche di come si muoveranno i tassi di interesse, l’equilibrio sarà discendente”. “Non vedo – rimarca - da dove possano arrivare pressioni inflattive, visto che il prezzo del petrolio non ha quell’equilibrio di spinta al rialzo”. Nonostante il mercato del lavoro statunitense sia in rallentamento, con una contrazione dei salari “a livello macro non vedo dove possa arrivare un’impennata dell’inflazione. Ritengo che per ora siamo coperti”.
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