L’obiettivo da centrare è scendere stabilmente sotto i 130/80 mmHg: il futuro porterà farmaci sempre più intelligenti e potenti ma intanto resta valida la ricetta “stili di vita e aderenza alla terapia”
9 aprile 2026

Tra tanti argomenti di medicina di tendenza e futuristici, quello dell’ipertensione può sembrare vintage, se non addirittura trascurabile come news. Ma basta sfogliare le statiche di mortalità per l’Italia, come per tutto il mondo occidentale, per capire che le cose non stanno così: le malattie cardiovascolari continuano a rappresentare la prima causa di morte. E l’ipertensione, insieme a colesterolo alto, fumo e diabete, sono i quattro pilastri del rischio cardiovascolare.
Un adulto su due
L’ipertensione in particolare è il killer silenzioso per antonomasia. Popola le nostre giornate, abita il nostro quotidiano, senza dare segno di sé. Finché diventa troppo tardi per porre rimedio. Almeno un adulto su due è iperteso (cioè ha una “massima” superiore a 130 mmHg e una “minima” sopra gli 80 mmHg), ma tanti non arrivano neppure alla diagnosi (banalmente perché la pressione non se la misurano) e molti, pur sapendo di essere ipertesi, dimenticano le loro medicine dentro un cassetto. Infine ci sono quelli che, pur prendendo manciate di pastiglie agli orari stabiliti dal medico, non vedono mai scendere i valori pressori.
I “resistenti”
Sono le persone che soffrono di ‘ipertensione resistente’ e non sono poche: ne è affetto 1 su 5 ipertesi, secondo i cardiologi americani dell’American Heart Association/American College of Cardiology (AHA/ACC). Anche se, secondo altri esperti, il popolo dei veri “resistenti” è solo il 10% del totale. E Jama dedica proprio a loro una importante review, firmata da Michel Azizi (Université Paris Cité, Francia) e da esperti statunitensi.
L’iperteso “resistente” per definizione ha una pressione maggiore di 130/80 mmHg nonostante assuma 3 o più farmaci antipertensivi (tra i quali Ace-inibitori, calcio-antagonisti e diuretici tiazidici alle massime dosi tollerabili). Per confermare la diagnosi di “ipertensione resistente”, è necessario documentarla con un monitoraggio pressorio delle 24 ore (o Holter pressorio) che consente di escludere la cosiddetta ipertensione da camice bianco (quella che ti fa impennare i valori al cospetto del medico); altrettanto importante è appurare che vi sia una perfetta aderenza alle prescrizioni terapeutiche del medico (il 50% degli interessati dice di prendere i farmaci, ma poi non lo fa).
Schizza il rischio mortalità
Infine, è fondamentale indagare (e rimuovere dove possibile) eventuali cause di ipertensione “secondaria” quali a esempio iperaldosteronismo primario (provocato da tumori o iperplasia dei surreni), obesità, insufficienza renale cronica, restringimenti delle arterie renali, disturbi della tiroide, feocromocitoma, apnee da sonno, diabete. E per gli appassionati di liquirizia, l’invito è a non esagerare perché l’amata radice nera può avere sulla pressione un effetto simile a quello dell’aldosterone. Qualunque ne sia la causa comunque, l’ipertensione resistente non va mai trascurata perché si associa a un rischio di mortalità cardio-vascolare a 5-10 anni, nettamente superiore a quello degli ipertesi ben controllati.











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