L'ex allenatore nerazzurro, ora all'Al Hilal: "Le vittorie con Bayern e Barça valgono più dei trofei. Se avessi battuto il Psg a Monaco non sarei andato via, ma ho scelto di lasciare due giorni dopo la finale a casa di Marotta, non prima"
Finalmente Simone Inzaghi. Le sue verità, il suo orgoglio, il suo passato e il suo futuro. Tutto senza filtri. A poco meno di un anno dal tormentato addio all’Inter, e pochi giorni prima dello scudetto che incoronerà l’erede Chivu, l’allenatore della seconda stella accetta di chiarire i dubbi rimasti senza soluzione dentro a mesi di indiscrezioni e veleni.
Prima però parliamo dell’inchiesta sugli arbitri.
"Mi ha scioccato: l’Inter ha perso parecchi punti nella scorsa stagione a causa degli errori arbitrali. Il campionato, la Supercoppa... È sorprendente essere tirati dentro a una storia nella quale siamo stati penalizzati e non favoriti".
I magistrati parlano di arbitri graditi e sgraditi all’Inter.
"Ok, ma come è possibile pensare a una macchinazione? Per noi è stata una stagione disgraziata. Ho sempre avuto grande rispetto per il lavoro degli arbitri e non voglio parlare del Napoli, che ha vinto onestamente lo scudetto. Ma resta la sensazione che ci sia stato tolto qualcosa. Non accuso nessuno e non dubito della buona fede. Diciamo che non siamo stati fortunati, tutto ha girato contro, anche se abbiamo le nostre colpe. Rimane un dispiacere che non passerà: perdere lo scudetto per un punto è doloroso".
Sente più il merito di aver vinto uno scudetto o il demerito di averne persi due?
"Non si può avere rimpianti nello sport, tanto più se arrivi secondo dietro ad avversari che hanno fatto percorsi importanti. In quattro anni ho vinto tanto e sono contento dei risultati. Non so se si potesse fare qualcosa in più però abbiamo raggiunto due finali di Champions League. Comunque accetto le critiche, purché riguardino me e non i calciatori: mi hanno sempre dato tutto quello che avevano".
Le serate contro il Bayern e il Barcellona rimarranno nella mia mente più dei trofei
Simone Inzaghi
Se si trovasse nella stessa situazione di un anno fa, stabilirebbe come priorità lo scudetto o riproverebbe a vincere la Champions?
"Non cambierei niente. Noi avevamo un sogno: il triplete. Alla fine della stagione abbiamo pagato le 23 partite giocate in più rispetto al Napoli. Ma io rifarei tutto: l’Inter ha il dovere di competere a ogni livello. E poi le serate contro il Bayern e il Barcellona rimarranno nella mia mente più dei trofei. Sono state vittorie forse irripetibili".
Cosa è successo nella finale di Monaco?
"Siamo arrivati alla partita senza troppe energie, sia fisiche che mentali: non è una giustificazione ma un dato di fatto. La delusione per lo scudetto perso ha pesato, minando l’autostima. Il Psg è una grande squadra, come abbiamo visto anche l’altra sera contro il Bayern: ha indirizzato la finale con due gol e sfruttato la migliore brillantezza, mentre noi abbiamo provato a reagire e ci siamo disuniti. Ci fa male ancora aver perso così ma non possiamo dimenticare ciò che era successo prima, in Europa".
Ho deciso di lasciare due giorni dopo la finale, a casa di Marotta. Sentivo che si era chiuso un ciclo
Simone Inzaghi
Una volta per tutte: aveva comunicato alla squadra prima della finale che sarebbe andato via?
"Assolutamente no. Non avrei potuto farlo perché la decisione, molto sofferta per me e per la mia famiglia, non era stata presa. La verità è che è successo tutto molto velocemente: due giorni dopo Monaco ci siamo incontrati a casa di Marotta, alla presenza di Ausilio e Baccin. In quel contesto ho manifestato l’esigenza di cambiare, perché sentivo che si era chiuso un ciclo. Loro avrebbero voluto continuare con me ma hanno capito la scelta: ci siamo lasciati da amici e lo siamo ancora. Ma se avessimo vinto la Champions sarei rimasto all’Inter".
In Arabia per soldi? No, per conoscere una nuova realtà e per mettermi in discussione in un contesto diverso. Non ho mai avuto problemi di denaro...
Simone Inzaghi
Perché allora prima della finale disse che c’erano diverse offerte sul suo tavolo?
"Perché non sai mai come possono andare le cose e perché il mio dovere era non nascondere ai tifosi cosa poteva succedere. Anche in altre situazioni le richieste c’erano state e non le avevo mai accettate. Stavolta è andata diversamente: volevo provare una nuova esperienza".
In Arabia si va per i soldi, non per ambizione.
"Oppure si va per conoscere una nuova realtà, per mettersi in discussione in un contesto diverso. Per fortuna non ho mai avuto problemi di denaro, non era quello che mi mancava. Avevo una casa meravigliosa a Milano dalla quale vedevo tutto, anche San Siro. La proposta mi ha convinto e ora eccomi qua, felice di esserci".
Le manca l’Italia?
"Sinceramente no. Da quando sono arrivato a Riad sono tornato solo quattro giorni a casa. Ho la mia famiglia, i miei genitori e i miei amici vengono spesso a trovarmi, non soffro di nostalgia. Vivo in un compound (comprensorio chiuso e autosufficiente, nda) dove le strutture sono ottime, compresa la scuola americana per i figli. L’organizzazione è perfetta, anche nel club. E anche io sto imparando l’inglese".
I media sauditi hanno parlato di possibile esonero.
"A me sembra che siano tutti contenti di me. Abbiamo fatto i quarti di finale al Mondiale per club, siamo ancora in corsa per il titolo in campionato perché abbiamo 5 punti di svantaggio ma dobbiamo ancora affrontare l’Al Nassr nello scontro diretto, dobbiamo giocare la finale di Coppa del Re... E soprattutto non abbiamo ancora perso una partita in stagione, perché l’eliminazione dalla Champions asiatica contro l’Al Sadd di Mancini è arrivata ai rigori. Non credo che esista nel mondo un allenatore ancora imbattuto".
Lei rivendica con orgoglio i frutti del suo lavoro. Ma se la chiamasse una squadra italiana, o addirittura la Nazionale?
"Non ci penso. Ho ancora un anno di contratto con l’Al Hilal e ho grande entusiasmo. Non ero mai stato lontano dall’Italia e questa avventura mi sta migliorando, sia umanamente che professionalmente".
Non rischia di rimanere prigioniero del maxi stipendio ed essere “costretto” a rimanere in Arabia?
"Non credo proprio. Come dicevo prima, i soldi non sono mai al primo posto per me. Altri colleghi hanno allenato nella Saudi League e poi sono tornati in Europa. Quando sarà il momento, e non so individuarlo oggi, vedremo".
Intanto l’Inter si è consolata in fretta: ha stravinto lo scudetto.
"Sono stati molto bravi, vincere non è mai facile. E il merito è anche di Chivu. Conoscevo il gruppo e non avevo dubbi sulle capacità dei giocatori. Ma anche puntare su Cristian è stata una scelta giusta e io lo sapevo, perché lo avevo visto lavorare. Ora è giusto che l’Inter festeggi e che poi provi a vincere la finale di Coppa Italia".
Le lamentele di Dimarco sulle sostituzioni? Fui io a trattenerlo all'Inter, abbiamo un ottimo rapporto
Simone Inzaghi
Dimarco si è lamentato per le sostituzioni sistematiche che subiva durante la sua gestione.
"Federico anche con me ha fatto grandi stagioni e lo sa bene: fui io a trattenerlo all’Inter dopo averlo visto per dieci giorni in allenamento, altrimenti magari sarebbe andato via per un altro prestito. Probabilmente le sue parole sono state interpretate male, il rapporto è ottimo: ci sentiamo ancora. Anche su Zielinski ne ho lette tante. Però si dimentica che sono stato io a volerlo all’Inter, quando Marotta e Ausilio mi avevano prospettato l’occasione. Purtroppo lo scorso anno ha avuto molti problemi fisici e ha faticato a dimostrare le sue qualità".
Con la rosa di questa stagione, Inzaghi sarebbe rimasto a mani vuote nel 2025?
"Non lo so, non si può mai dire. Di sicuro la società si è mossa bene sul mercato, sia migliorando l’attacco sia ingaggiando Akanji che per la difesa è stato un ottimo rinforzo".
Accennava alla finale dell’Olimpico. Lazio contro Inter, le “sue” squadre. Il cuore per chi tifa?
"Per nessuno. Mi siedo in poltrona e mi godo lo spettacolo. Sono due club che mi hanno dato tanto, quindi vinca il migliore. In una finale tutto può succedere, chissà".
A proposito di amore, suo fratello Filippo riuscirà a salire in Serie A con il Palermo?
"Lo spero tanto perché lo meriterebbe: ha fatto un grande lavoro, può farcela".
C’è mai stata invidia tra voi, nel periodo da calciatori o da allenatori?
"Mai. Anzi, totale complicità. Il momento più bello è stato quando abbiamo giocato insieme in Nazionale a Torino contro l’Inghilterra: era il 2000, con Trapattoni ct. Potete immaginare quanto fossero emozionati i miei genitori. Un ricordo indelebile".
A proposito di azzurro, come spiega il flop mondiale?
"I problemi esistono e non vanno sottovalutati: bisogna ripartire dalla base facendo uno scatto in avanti in termini di mentalità. Già nei vivai. Il calcio deve raggiungere i risultati attraverso il coraggio e la proposta, non pensando alla vittoria a tutti i costi a scapito della qualità del gioco".
Nient’altro?
"Ridurrei il format della Serie A. Magari sono scelte dolorose che però tra cinque anni renderanno felici le persone che hanno favorito il cambiamento. E un’ultima cosa consiglio: valorizzare gli istruttori dei bambini, che insegnano la tecnica e non la tattica. Io sono grato a tantissimi allenatori ma sono legato soprattutto a quelli che mi hanno allevato nel settore giovanile. Senza di loro non sarei mai diventato Simone Inzaghi".











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