Quando dal bus si vedeva ormai la Madunina era addirittura notte, eppure la giornata allo stadio era iniziata undici ore prima: evidentemente, il tempo è scappato via, come i nerazzurri in classifica
Il mestiere più complicato della città lo fa Patrizio, romano verace da anni a Milano, autista abituato a districarsi tra le gincane attorno agli stadi di mezza Europa: ieri ha guidato il bus scoperto dei campioni d’Italia nel viaggio sentimentale da San Siro fino al Duomo, con ai lati almeno 400mila interisti in delirio che premevano a ogni centimetro. Patrizio ha condotto la nave in porto senza guai poco prima delle 23.30 tra infiniti fuochi d’artificio, e non era facile perché un intero popolo lo ha accompagnato in questa estasi di massa: Patrizio ha visto arditi aggrappati ai muri, altri appesi agli alberi, altri ancora saliti sopra le pensiline dei tram. Qualcuno provava a scavalcare le transenne e qualcun altro usava sciarpe e striscioni come fionde. Molti lanciavano a Lautaro e Chivu i loro occhiali da sole, in onore alla nuova moda di festeggiamento introdotta da Marcus Thuram. In questa immensa dichiarazione d’amore c’era l’Inter in purezza, fusione totale di squadra e tifosi: i due nuovi trofei, coppa dello scudetto e coppa Italia, mostrati liturgicamente alla folla da lassù come qualcosa di sacro, significano semplicemente rinascita collettiva e riparano dalle ferite della scorsa stagione. Quando dal bus si vedeva ormai la Madunina era addirittura notte, eppure la giornata allo stadio era iniziata undici ore prima: evidentemente, il tempo è scappato via, come i nerazzurri in classifica. Eppure, tra sfottò a Conte e al Diavolo, tra cori, birre e balletti, nessuno ha mostrato la minima stanchezza. Anzi, la festa è continuata sulla Terrazza 21, cifra felice di questi tempi, da cui si sono affacciati i campioni con le due coppe. Proprio Calha ha lanciato il coro a tema Milan, “chi non salta rossonero è”, e Dimarco e Lautaro lo hanno aiutato con il restante rosario di cori, non tutti simpatici, riferiti ai cugini.
festa infinita
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Prima dell’attesa parata, i tifosi se la sono goduta anche a San Siro. Inizialmente, hanno assistito a uno spettacolo con ospiti di provata fede nerazzurra (da Luca Ravenna a Fabio De Luigi, fino a campioni come Arianna Fontana, Fabio Fognini e Alessandro Michieletto). Poi, è stato il tempo dell’imponente coreografia sui tre livelli a tema “Double” e del minuto di silenzio per Evaristo Beccalossi. In tanti avevano le lacrime agli occhi, compreso Thuram, che ogni tanto sedeva accanto al Becca in un piccolo ristorante in zona San Siro: quanto si sarebbe divertito il romantico 10 sopra a quel bus in cui tutti ballonzolavano felici. Come durante l’anno, anche sul pullman guidava la truppa dalla primissima fila Cristian Chivu: le due coppe luccicavano tra le sue mani e tutti le sbaciucchiavano a turno. Alla sua destra, il vicecapitano Barella, lesto ad agguantare i quattro mori della Sardegna lanciati a bordo, e il capitano Lautaro, avvolto nell’Albiceleste della bandiera argentina. Era stato proprio il Toro ad alzare al cielo di Milano l’ennesimo trofeo, quello dello scudetto, consegnatogli dopo il match dal presidente della Lega Simonelli accanto al presidente del club Beppe Marotta. A furia di sollevare coppe, Lautaro si è fatto i muscoli, ma l’impressione è che l’allenamento potrebbe continuare nei prossimi anni. Almeno così vorrebbero proprietà e dirigenti pronti al rilancio, schierati l’uno accanto all’altro come opliti sul prato del Meazza. C’erano il ds Piero Ausilio e il suo vice Dario Baccin, il vicepresidente Javier Zanetti e, soprattutto, i rappresentanti di Oaktree: Alejandro Cano e Kathrene Ralph, tanto presenti in viale della Liberazione quanto discreti nell’apparire, a differenza di altri colleghi in città, si sono concessi giusto una foto di gruppo, mentre Steven Zhang postava via social i complimenti dalla Cina.
fine del viaggio
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Giocatori e famiglie hanno, comunque, voluto godersi più a lungo possibile l’ultimo San Siro festante di stagione, così il bus è sbucato oltre lo stadio soltanto alle 19.30, un’ora dopo il previsto. Da quel momento, ha attraversato lentamente Milano, anche perché le strade erano già diventate vene aperte, percorse da sangue nerazzurro: un’oretta è servita solo per arrivare nel vicino piazzale Lotto. Nessuno ha battuto l’ex allenatore Conte per numero di striscioni amabilmente dedicati, ma il premio per la creatività è andato a quel tifoso vestito da Cardinale, con paramenti sacri e Gerry scritto sulle spalle. Thuram ha tenuto in mano diversi striscioni, in uno c’era scritto “I derby vinti mettili nel cu…” e in un altro, ancor meno felice, si notava un topo su fondo rossonero. Il francese non ha solo indossato per tutto il viaggio i soliti occhialoni da sole, come quei burloni di Dumfries (tra i più scatenati) e Bisseck, ma pure il caschetto che fu del suo allenatore. Anche Chivu ha rimesso il vecchio amico sulla testa e, a quel punto, la folla è esplosa: era già stata superata la zona di Conciliazione, intorno alle 22.30, e il bus ha aumentato sensibilmente l’andatura verso un Duomo strapieno. Lì si è consumato l’ultimo abbraccio, commovente e prolungato, nella notte di Milano, con i giocatori in terrazza e i tifosi in piazza a cantare insieme O mia Bela Madunina: nessun interista, senza voce ma felice, lo dimenticherà mai. Compreso Patrizio, che finalmente ha avuto tregua.








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