Il tennis e quella tentazione di andare più veloci. Ma gli sport non vanno stravolti

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 Jannik Sinner of Italy serves against Miomir Kecmanovic of Serbia during the Gentlemen's Singles first round match on day one of The Championships Wimbledon 2026 at All England Lawn Tennis and Croquet Club on June 29, 2026 in London, England. (Photo by Matthew Stockman/Getty Images)

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Innovazione e tradizione: il tennis ha già cambiato più volte il proprio assetto senza perdere identità, e non dovrebbe snaturarsi per inseguire le mode digitali

3 luglio - 16:41 - MILANO

Djokovic ha appena affermato a Wimbledon che il tennis ha mille problemi, che va "sveltito" perché i giovani non lo seguono, se non durante gli Slam, e che la media degli appassionati ha 61 anni. Con tutto il rispetto, sono affermazioni inverosimili. Il tennis non ha mai goduto della popolarità globale che ha in questo momento: i tornei maggiori, non solo quelli dello Slam, sono macchine da soldi, i giocatori più forti guadagnano cifre altissime e sono richiestissimi dagli sponsor, gli esauriti si verificano un po’ dovunque. In Italia Sinner ha audience televisive paragonabili e spesso superiori al calcio, le scuole tennis traboccano di nuovi tesserati (giovani). Negli stadi di tutto il mondo quando gioca Joao Fonseca, diciannovenne brasiliano di belle speranze, i suoi giovanissimi connazionali danno luogo a coloratissime "torcide". Non vedo sulle tribune caterve di ottantenni che dovrebbero far media per raggiungere l’età di 61 anni denunciata da Djokovic. Il tennis si è già molto "sveltito" rinunciando dal 2008 alle finali 3 su 5 dei tornei maggiori extra Slam e con l’introduzione dei tie-break, ben 56 anni fa.

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