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Innovazione e tradizione: il tennis ha già cambiato più volte il proprio assetto senza perdere identità, e non dovrebbe snaturarsi per inseguire le mode digitali
3 luglio - 16:41 - MILANO
Djokovic ha appena affermato a Wimbledon che il tennis ha mille problemi, che va "sveltito" perché i giovani non lo seguono, se non durante gli Slam, e che la media degli appassionati ha 61 anni. Con tutto il rispetto, sono affermazioni inverosimili. Il tennis non ha mai goduto della popolarità globale che ha in questo momento: i tornei maggiori, non solo quelli dello Slam, sono macchine da soldi, i giocatori più forti guadagnano cifre altissime e sono richiestissimi dagli sponsor, gli esauriti si verificano un po’ dovunque. In Italia Sinner ha audience televisive paragonabili e spesso superiori al calcio, le scuole tennis traboccano di nuovi tesserati (giovani). Negli stadi di tutto il mondo quando gioca Joao Fonseca, diciannovenne brasiliano di belle speranze, i suoi giovanissimi connazionali danno luogo a coloratissime "torcide". Non vedo sulle tribune caterve di ottantenni che dovrebbero far media per raggiungere l’età di 61 anni denunciata da Djokovic. Il tennis si è già molto "sveltito" rinunciando dal 2008 alle finali 3 su 5 dei tornei maggiori extra Slam e con l’introduzione dei tie-break, ben 56 anni fa.










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