Il tecnico del Southampton: "Qui mi danno dell'italiano. L'esperienza al Genoa mi ha aiutato"

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Intervista a Tonda Eckert, giovane allenatore dei rinati Saints che affrontano l'Arsenal in FA Cup: "Ho imparato tanto da Gilardino e Vieira, ma anche dal corso di Coverciano"

3 aprile - 18:00 - LONDRA

"Quando sono arrivato qui in Inghilterra mi hanno detto che sono più italiano che tedesco. Inevitabile, dopo quattro anni…". Tonda Eckert lo dice col suo perfetto italiano, col sorriso sulle labbra, felice di parlare la nostra lingua. Ha 33 anni, è l’allenatore che ha rilanciato il Southampton, portandolo dagli abissi del 21° posto in classifica in Championship alla zona playoff e al quarto di finale di FA Cup sabato in casa contro l’Arsenal (qui il nostro podcast sul calcio inglese). Ha cominciato come analista per la nazionale tedesca a Euro 2012, si ritrova a sognare la Premier dopo aver lavorato al Genoa con Alberto Gilardino e Patrick Vieira. Dopo aver passato il corso Uefa Pro a Coverciano come primo della classe. "Amo il calcio da quando sono bambino, è solo cambiato il ruolo", racconta.

Tonda, perché si sente più italiano che tedesco? 

"Per le tempistiche per la cena prima di tutto. Ero al colloquio di lavoro col Southampton, mi hanno invitato a cena alle 17.30 ma ho chiesto se si poteva fare almeno dopo le 19.30. Solo che la cucina chiudeva alle 21…".

E calcisticamente? 

"Per me i tedeschi sono sempre ben preparati, e cerco di esserlo anche io. A volte però in partite o allenamenti le cose cambiano: nei quattro anni in Italia ho imparato che a quel punto la preparazione è si importante, ma contano anche l’intuizione e la capacità di cambiare in corsa".

Al Genoa ha lavorato con Gilardino e Vieira: cosa le hanno lasciato? 

"Tanto, tutti e due. La cosa in comune è che sono entrambi campioni del mondo e per me è stato un grande onore comprendere come hanno vissuto quei momenti. Gilardino è una persona tanto, tanto umile. È una cosa che cerco di portare con me anche al Southampton, parliamo spesso di umiltà. Lui e Vieira sono grandi allenatori, anche se Patrick è un po’ diverso da Gila".

In cosa?

"È anche lui umile. Finita la carriera ha fatto un percorso diverso, due anni come ambasciatore del City Group, con cui ha viaggiato u po’. Era bravo a rappresentare la società nel suo modo di essere, e nel calcio di oggi è importante come si gestisce una squadra ma anche come rappresenti una società".

Lavoravo per la federazione tedesca quando, a Euro 2012, Mario Balotelli ha fatto quel gol. Quando l’ho ritrovato al Genoa glielo ho raccontato e ci siamo messi a ridere

Tonda Eckert

In Italia ha fatto anche il corso a Coverciano. Da primo della classe… 

"Ho voluto fortemente quell’esperienza. Non è scontato che uno straniero possa fare il corso Uefa Pro: federazione e Genoa, nella persona di Diodato Abagnara, sono stati davvero gentili con me. È stata una bella esperienza: nel corso c’erano anche Ale Del Piero, tanti ex giocatori e qualche giovane allenatore. Renzo Ulivieri con tutta la sua esperienza riesce a darti tanto, soprattutto nella tattica e nel modo di difendere. Io avevo fatto tutte le licenze in Germania, è stato bello capire come si può parlare di calcio in maniera diversa".

Il miglior insegnamento dalla sua esperienza italiana?

 "Il modo di vivere. La passione per il calcio, ma anche il modo di viverla".

A 18 anni era un giovane calciatore, a 19 un analista per la federazione tedesca a Euro 2012.

"Fortunatamente ho capito presto che c’erano giocatori più forti di me e ho scelto di andare a studiare Scienze dello Sport, a Colonia. Lì ho costruito subito un buon rapporto col responsabile della sezione calcio e sono finito in un progetto con la federazione, per cui poi ho lavorato per tre anni. C’ero quando, a Euro 2012, Mario Balotelli ha fatto quel gol. Quando l’ho ritrovato al Genoa glielo ho raccontato e ci siamo messi a ridere".

Ha lavorato anche con Miroslav Klose. 

"Anche lui ama l’Italia, fa sempre le vacanze lì. E ama ancora la Roma. Ho lavorato con 3 campioni del mondo: Miro, come Gila, Vieira e anche Del Piero, hanno in comune di essere molto umili. La cosa che ha Klose è che sa capire subito i giocatori: gli bastavano 5’. Lui ha sempre detto di essere stato l’unico attaccante che non sapeva tirare, avendo fatto un solo gol da fuori area in tutta la sua carriera. Ma si sapeva muovere dentro, come anche Gila: da loro ho capito tanto sui movimenti degli attaccanti".

Come è arrivato a Southampton, la scorsa estate?

"Dopo Coverciano ho parlato con società di Serie B in Italia e in Germania per diventare capo allenatore, ma ho capito che prima mi sarebbe servito fare un altro passo. Mi ha chiamato il d.s. del Southampton, Johannes Spors: mi ha detto che magari non era quello che avevo in mente, ma che se volevo potevo allenare la loro Under 21, cominciare in una situazione con meno attenzione e più possibilità di sperimentare. Ci ho pensato un po’, ho capito che non era una cattiva idea e ho detto sì. Poi in Inghilterra le cose vanno velocemente…".

Così tanto che il 2 novembre si è ritrovato ad allenare la prima squadra. E l’ha rilanciata con una serie aperta di 14 partite senza sconfitta tra campionato e coppa. Il segreto sono quei mesi dentro il club? 

"Si, per me si. È stato un grande vantaggio conoscere già tutti i giocatori del settore giovanile, come capire la cultura e l’identità del club. Se vai al Genoa e non capisci i valori rossoblù, cosa rappresenta la tifoseria e cosa rappresenti quando vai in campo, il Genoa non è per te. Vale lo stesso per il Southampton, basato su sviluppo dei giocatori, connessione con la società e ambizione di fare la prestazione: capire questi tre valori è fondamentale per fare delle scelte".

Non ho mai avuto dubbi sulla nostra qualità. Il nostro obiettivo è la Premier League

Tonda Eckert

Un esempio? 

"Alla mia seconda partita ho dovuto fare un cambio a metà tempo: ho messo un giocatore che mi ero portato dalle giovanili e non aveva mai esordito in prima squadra. Poco dopo ho sentito i tifosi che cantavano il suo nome, che erano orgogliosi. Questa energia per me porta risultati. Per questo dico che fare qualche mese prima aiuta a capire i valori di un club. E per me, ovunque, è importante capirli".

Siete sesti e se finisse oggi ai playoff: la Premier è un obiettivo realistico? 

"L’ho detto dal primo giorno. Ovvio che quando sei 21° in campionato sembra lontano, che questa è una società che lo scorso è retrocessa facendo solo 12 punti e si era abituata a perdere tante partite. Serve tempo per abituarsi alla pressione di vincerne una dopo l’altra, sia a livello tecnico che mentale. Abbiamo dovuto fare qualche cambiamento, ma non ho mai avuto dubbi sulla nostra qualità. E l’obiettivo è la Premier".

Prima, sabato, ci sono i quarti di finale di FA Cup con l’Arsenal. 

"Li giochiamo con la fiducia di poter vincere, con tanto rispetto per l’avversario e per le sue qualità ma con l’idea che il nostro obiettivo è passare il turno. È lo stesso messaggio che ho trasmesso prima del Fulham: giocavamo in trasferta, ma era chiaro a tutti che andavamo lì con fiducia e voglia di vincere. Stavolta giochiamo in casa, la prima partita dopo la sosta e penso sia positivo per noi. Abbiamo il tempo di prepararla, ma quando giochi contro avversari di livello più alto la prima cosa da fare è trasmettere la fiducia di poter vincere".

Nella sua carriera ha bruciato le tappe ma sempre voluto fare i passi giusti al momento giusto: il prossimo è allenare in Premier?

"Se veniamo promossi, il passo giusto per me è sicuramente quello di seguire la società in Premier. E il nostro obiettivo è chiaro. A volte è difficile dire qual è il passo giusto: io sicuramente ho l’ambizione di lavorare in Premier, prima o poi, ma mi piacerebbe anche lavorare di nuovo in altri paesi, vivere una cultura diversa e capire che il calcio è vissuto in modo diverso. Al momento sono veramente felice al Southampton e convinto che abbiamo una grande opportunità di fare una bella stagione".

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