E chi si immaginava che la partita durante il weekend del Pride sarebbe stato fra due Paesi con leggi restrittive contro la comunità Lgbtq+... Alle polemiche richieste dei due governi la Federazione finalmente prende posizione: "I tifosi di tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere sono i benvenuti"
Sciiti di qua, sunniti di là, in mezzo una città gay friendly che prepara un evento storico e la Fifa che cerca di mediare imbarazzata. Lo chiamano da mesi "Pride Match" ed è l’ennesimo caso internazionale che accompagna questo Mondiale controverso. Insomma, Egitto-Iran di domani a Seattle (5 di mattina italiane) va ben oltre il calcio: ci si gioca il passaggio ai sedicesimi nel girone G, ma la sfida attraversa religione, diritti civili, politica e diplomazia. Si incrociano due Paesi musulmani, accomunati da una legislazione non certo benevola nei confronti della comunità Lgbtq+ - quella iraniana è tra le più restrittive al mondo -, e il caso vuole che lo facciano proprio nel weekend del Pride, in una delle città americane simbolo di inclusione.
alta tensione
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All’Iran non bastavano i casi dei visti negati, le restrizioni alla frontiera, i viaggi lampo e il conflitto senza fine con gli Usa: anche in questa terza sfida del girone, nonostante per la prima volta sia potuta arrivare nella città ospitante due giorni prima come bramato dallo staff tecnico, deve confrontarsi con polemiche arroventate nate ben oltre il campo. In questo caso, è il regime degli ayatollah a mostrare il proprio volto oscurantista, al punto che la federazione di Teheran ha spiegato con una nota diffusa ai media di aver formalmente chiesto alla Fifa di impedire "qualsiasi cerimonia o attività promozionale" a favore della comunità Lgbtq+ durante la partita e all'interno del Lumen Field, lo stadio del match. In più, vorrebbe che si vietassero anche i semplici simboli riconducibili al Pride nello stadio, a partire dalle bandiere arcobaleno. Nella realtà, la coincidenza tra i due eventi, un match di Coppa del mondo e la manifestazione attesa in città, era stata pianificata mesi prima del sorteggio: quando Seattle ha ottenuto la possibilità di ospitare una generica gara il 26 giugno, il comitato organizzatore locale aveva deciso di trasformare quella giornata nel cosiddetto "Pride Match", dedicandole una pagina sul sito ufficiale e una conferenza stampa ad hoc. A quel punto non si sapeva chi avrebbe giocato, poi a dicembre ecco il sorteggio del Mondiale e il destino dispettoso ha messo il carico: si è scoperto che il match in questione sarebbe stato proprio Iran-Egitto e apriti cielo.
teheran e cairo
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Le due federazioni hanno contestato fin dall'inizio l'iniziativa, a loro dire provocatoria, poi negli ultimi giorni la tensione è salita come sempre di tono. Da Teheran, capitale sciita, ci tengono a sottolineare come la posizione sia condivisa anche dai rivali sunniti: "Iran ed Egitto sono due Paesi musulmani con profonde radici culturali e religiose comuni e la posizione espressa da entrambe le federazioni riflette i valori e le convinzioni condivisi dai popoli dei due Paesi", si legge nella nota. In più, chiedono alla Fifa di "tenere conto delle opinioni e delle preoccupazioni nella gestione dell'ambiente della gara". Tra l’altro, la protesta non è nuova e già a dicembre il presidente della federazione iraniana, Mehdi Taj, uno degli alti dignitari di Teheran bloccati a Tijuana, a cui gli americani hanno negato il visto per stretta vicinanza agli ayatollah, aveva parlato del caso all'agenzia Isna in patria: aveva ribadito che Iran ed Egitto avevano presentato obiezioni comuni, definendo l'iniziativa di Seattle "una scelta irrazionale". Tra l’altro, ci pensa pure il calendario religioso ad accendere i sentiment: questo è il momento più caro e fondativo per l’islam sciita, il mese di Muharram, periodo di lutto e riflessione che culmina proprio oggi con l’Ashura, la commemorazione del martirio dell’Imam Husayn, nipote di Maometto. Non che da parte sunnita ci sia, però, più morbidezza: anche la federazione egiziana aveva assunto subito una posizione durissima a suo tempo, attraverso un comunicato ufficiale e un messaggio pubblicato sul proprio profilo X, annunciando di rifiutare "qualsiasi attività collegata al sostegno dell'omosessualità". Dal Cairo era partita pure una lettera ufficiale al segretario generale della Fifa, Mattias Grafström, giusto per ribadire che il Pride sarebbe "in diretto contrasto con i valori culturali, religiosi e sociali delle comunità arabe e islamiche". Negli ultimi giorni, invece, Salah e soci hanno avuto altri problemi, decisamente più pratici e meno ideologici. Dopo aver battuto la Nuova Zelanda a Vancouver, la nazionale egiziana, infatti, non ha ricevuto l'autorizzazione a trasferirsi direttamente a Seattle per motivi di sicurezza ed è stata costretta a rientrare prima nel proprio quartier generale di Spokane, sempre nello stato di Washington ma circa 450 chilometri più a est.
Sì all’arcobaleno
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E la Fifa che fa? Per mesi ha giocato in difesa, catenaccio senza contropiede. Ha mantenuto un profilo prudente, evitando inizialmente di commentare la vicenda, mentre il comitato organizzatore di Seattle continuava a usare il nome a effetto di "Pride Match". Soltanto ora il massimo organo di governo del calcio ha chiarito ufficialmente il proprio pensiero: in una nota ha ribadito che il Mondiale 2026 " è un evento inclusivo che accoglie persone di ogni provenienza" e che "i tifosi di tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere sono i benvenuti". Il regolamento ufficiale del torneo autorizza, ovviamente, l'ingresso negli stadi di qualsiasi simbolo Lgbtq+, purché "usati nel rispetto del codice di condotta". A suo tempo, quando si vedevano solo i primi bagliori di questa polemica, Gianni Infantino aveva pure chiarito che i due eventi cittadini andavano separati concettualmente: "Ci sarà una partita del Mondiale a Seattle e, nello stesso giorno, appuntamenti organizzati da soggetti esterni in città. Ma queste iniziative non hanno nulla a che fare con la partita…". Sulla distinzione tra Fifa e organizzatori locali si giocherebbe, infatti, l’equivoco: la prima si occupa di tutta la programmazione all'interno degli stadi, mentre i comitati cittadini hanno il potere di organizzare gli eventi fuori collegati al Pride. In pratica, non ci saranno iniziative "ufficiali" dentro al Lumen Field, ma i tifosi potranno ovviamente entrare in autonomia con le loro bandiere arcobaleno: nessuna censura possibile all’ingresso, nonostante le richieste di Teheran e del Cairo, che avrebbero preferito tutt’altro clima anche intorno. Pare lo abbiano fatto notare fino all’ultimo. Se in Iran l'omosessualità è un crimine e il codice penale prevede, nei casi più gravi, anche la pena di morte, in Egitto i rapporti tra persone dello stesso sesso possono portare ad arresti, multe e un po’ di carcere. Di fronte a questioni di questo tipo, il campo scolora un’altra volta all’orizzonte, eppure entrambe le squadre musulmane dovrebbero guardare con fiducia solo a quello: l’Egitto, primo a quattro punti, e l’Iran, secondo a due, al pari con il ben più attrezzato Belgio, possono strappare una qualificazione che saprebbe di storia.









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