Il 27enne difensore del Tolosa ha spiegato quel rito ormai usuale: "Invita tutti a capire cosa rappresenta questa squadra. È amore, è stare insieme, è accogliere tutti"
Per raccontare gli Usa del soccer, una banda che elettrizza una nazione in questa estate 2026, non c’è solo la scarica di energia rock data dal campo, ma la mistica fuori. È tutto in una immagine teatrale e ripetuta sempre dopo il fischio finale, quando le telecamere stanno già per staccarsi, ma poi finiscono sempre lì: i giocatori americani si stringono in un grande cerchio a centrocampo, abbassano la testa e per un tempo corto il rumore dello stadio sembra spegnersi. La preghiera di squadra è diventata uno dei simboli più emotivi dell’USMNT, sigla usata qua che sta per United States Men's National Team, ma ancora di più dell'identità costruita da Mauricio Pochettino. Dopo la vittoria con la Bosnia, che ha spalancato gli ottavi e continuato a nutrire questo “American dream”, il rito si è ripetuto ancora una volta. Al centro, come da tradizione, Mark McKenzie, col ruolo di predicatore, che si inginocchia e parla brevemente ascoltato da tutti. Il 27enne difensore del Tolosa, che in questa Coppa del Mondo ha avuto un ruolo marginale anche per problemi fisici, è comunque uno dei leader anche per questo. Apre le braccia e attorno a lui ci sono ormai tutti, titolari, riserve, preparatori, fisioterapisti, dirigenti: nessuno è obbligato a parlare, ma nessuno è obbligato perfino a pregare. Ed è esattamente qui che sta la particolarità del rito: lo stesso McKenzie ha spiegato che non è qualcosa di strettamente confessionale, ma un inno all’unità: "Anche se nasce come preghiera, invita tutti a capire cosa rappresenta questa squadra. È amore, è stare insieme, è accogliere tutti. Non importa quale sia il tuo background: siamo una famiglia", ha dichiarato.
oltre la religione
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Dopo il 4-1 sul Paraguay all'esordio, un piccolo gruppo che già da tempo si ritrovava per pregare e per momenti di lettura della Bibbia – Christian Pulisic, Chris Richards, Matt Freese, Alejandro Zendejas, Cristian Roldan – si è raccolto come aveva fatto tante altre volte. Quella sera, però, in maniera inattesa, uno dopo l'altro sono arrivati tutti gli altri del gruppo squadra, perfino Mauricio Pochettino, in silenzio e stretto nell’abbraccio. Dopo la gara successiva contro l'Australia, sono stati gli stessi compagni a cercare McKenzie: “Mi dicevano: ‘Dai, andiamo, rifacciamolo’". In questo spazio comune convivono persone con storie completamente differenti, non tutti hanno la stessa fede, anche se la maggioranza è di cristiani protestanti, eppure c’è un’unica squadra che si sente in missione, quasi per conto di Dio. Non è un caso che dopo la vittoria all'esordio, Christian Pulisic abbia pubblicato su Instagram la fotografia del cerchio e McKenzie abbia risposto citando semplicemente un passo dell'Ecclesiaste (4, 9-12): “Due valgono più di uno... Una corda a tre capi non si spezza facilmente”.
il predicatore
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Figlio di un immigrato giamaicano, cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, McKenzie ha raccontato più volte di aver vissuto la fede come il punto di riferimento della carriera. Per anni, però, era molto riservato, solo recentemente ha deciso di assumere un ruolo più visibile: "Ho cercato di diventare una colla per chi mi sta attorno, qualcuno su cui i compagni possano fare affidamento", ha spiegato ancora, rifiutando però qualsiasi personalizzazione del rito. "Io posso anche stare nel mezzo, ma il centro di tutto è il Signore. Io provo soltanto ad accompagnare gli altri verso quella luce". Nei fatti, questa dimensione spirituale attraversa ormai buona parte dell’USMNT: Christian Pulisic parla spesso pubblicamente della propria fede, pubblica foto a tema e partecipa agli incontri di studio delle Scritture. Weston McKennie ha scelto come unica biografia del proprio profilo Instagram quattro parole: "All glory to God". Chris Richards ha raccontato di partecipare regolarmente a gruppi di preghiera e studi biblici sia nel club sia in nazionale. Anche il portiere Matt Freese ha più volte collegato il proprio percorso sportivo alla fede cattolica. E per ultimo lui, Mauricio Pochettino, latino e cattolico praticante: porta abitualmente un braccialetto religioso e in passato ha raccontato di essere andato in pellegrinaggio al santuario di Montserrat quando allenava l'Espanyol.
specchio d'america
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Come sempre, il calcio è comunque lo specchio di una società, in questo caso assai composita come quella dei 50 stati americani. Anche al Mondiale del Qatar convivevano religioni diverse (allora c’erano anche il musulmano Yunus Musah, il buddhista DeAndre Yedlin, figli di pastori protestanti come Walker Zimmerman, oltreché numerosi cattolici ed evangelici), ma oggi la composizione è cambiata e, soprattutto, la religione è diventata un momento collettivo e non privato all’interno dello spogliatoio. Negli sport americani è molto più frequente che gli atleti parlino apertamente della propria fede rispetto all'Europa: ringraziare Dio nelle interviste, pregare prima delle gare, citare la Bibbia è considerato naturale in NFL, NBA e MLB. Insomma, il calcio, che per anni aveva mantenuto un profilo più europeo, ha ormai assorbito definitivamente questa tradizione. Così, mentre il resto del Levi’s Stadium, in estasi dopo il 2-0 alla Bosnia, iniziava a cantare Country Roads, quel cerchio silenzioso riusciva a farsi sentire di nuovo nel frastuono.










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