Ed è un tuffo nella vertigine della bellezza, un lascito per l’eternità, che parla il linguaggio universale dell’Arte. Quella che ti fa contorcere inquieto nelle posture avvitate come l’Apollo del Belvedere dei tanti personaggi usciti dal pennello o dallo scalpello del Maestro, per poi approdare ad una riappacificazione catartica nel viso dolcissimo della Madonna ‘Vergine madre, figlia del tuo figlio’. Un’arte che placa, che lenisce, che cura qualunque ferita dell’anima.
L’asta milionaria di New York
E Michelangelo nelle ultime settimane è tornato a far parlare prepotentemente di sé, con l’asta newyorkese di Christie’s, che ha battuto alla cifra record di 27,2 milioni di dollari un disegno preparatorio a sanguigna. Forse ad essere ritratto nel rosso di quei tratti rapidi e decisi è il piede destro della Sibilla Libica, quello contiguo ad un lembo della sua veste impigliato sotto uno sgabello, “perché in Michelangelo tutto è movimento e una storia dentro l’altra”, ricorda la Acidini. Di qualche giorno fa è la presunta attribuzione al Maestro di Caprese Michelangelo di un busto del Cristo Salvatore, conservato nella Basilica di Sant’Agnese fuori le Mura (Roma) e ancora di una tela (Pietà Spirituali), conservata in una collezione privata a Bruxelles. Ma, tralasciando qualunque presunta operazione di marketing, conviene intanto restare ancorati all’ortodossia scientifica e riscoprire il grande genio anche attraverso le sue opere giovanili, condotti per mano dalla professoressa Acidini.
Ed è subito sindrome di Stendhal con la visione della Pietà Vaticana che emerge come una bellezza aliena dalla penombra della Basilica di San Pietro. E poi il David, oggi alle Gallerie dell’Accademia di Firenze, che spunta sopra un mare di teste e di telefonini pronti instagrammare la risposta maschile alla botticelliana “welcome to meraviglia”. Ma tutte da scoprire sono anche le cosiddette opere minori, come la Madonna della Scala, realizzata a 15 anni e la Battaglia dei Centauri scolpita a 17 anni, entrambi conservate a Casa Buonarroti, prezioso museo fiorentino in genere disertato dalle folle attrezzate di radioline e auricolari. E ancora il Bacco del Museo del Bargello, un po’ femmineo per il gusto di Vasari, comunque magnifico.
Il monumento funebre di Giulio II e il tondo Doni
Ma il vero tuffo al cuore si prova al cospetto dei “Prigioni”, di quelle statue monumentali che dovevano andare a comporre il monumento funebre di Giulio II e che rimarranno invece intrappolate per sempre nel blocco di marmo, appena sbozzato dal Maestro. Ma è qui che si incontra Michelangelo, nei colpi di scalpello che graffiano il marmo, in questi embrioni di figure che incarnano e illustrano eloquenti cosa intendeva quando parlava della sua scultura come dell’arte “a levare”: rimuovere frammenti di pietra per liberare le magnifiche forme intrappolate lì dentro. Un work in progress cristallizzato nel tempo, che continua ad andare in scena in loop davanti ai nostri occhi.
E poi, sempre a Firenze, questa volta agli Uffizi, la meraviglia del Tondo Doni, il quadro che tutti vorrebbero avere sopra la testiera del letto, ma che in tale collocazione fu goduto solo dai coniugi Agnolo e Maddalena Doni. Anche qui nel dinamismo dei movimenti, “le figure dipinte sembrano scolpite nel marmo, tra chiaroscuri potenti, cangiantismi e vividi colori” – commenta la professoressa Acidini. Perché alla fine, sempre allo scalpello faceva riferimento e ritornava Michelangelo. Anche in quella scintilla divina che scocca tra il dito di Dio e la mano di Adamo nel Giudizio della Sistina, una delle immagini più parafrasate e parodiate della storia dell’arte, senza mai riuscire a scalfire o a sminuire la magia assoluta di quell’attimo divinamente atemporale. E nell’horror vacui della volta e delle lunette della Sistina, “abitate da personaggi dei quali quasi nessuno sa niente”, Michelangelo ricava e scolpisce a pennellate degli “spessori abitabili” (è sempre il magnifico eloquio della Acidini a illuminarci), dove spuntano mobili, donne che si pettinano, che allattano, tutta un’umanità ritratta nella trimensionalità del movimento, che si rinnova continuamente. Perché “se tu vôi far bene, varia sempre e fa piuttosto male” era il mantra di Michelangelo (cambia sempre, anche a costo di sbagliare). Un percorso che si sfoglia tra le pagine di questo magnifico libro e che approda alla sua ultima fatica terrena, la pietà Rondanini, “palinsesto dei suoi pensieri, una preghiera scolpita che annienta la bellezza del corpo umano, per raggiungere l’essenza pura dello spirito”. È l’epilogo da brivido di questo volume d’arte Menarini, prezioso esempio di mecenatismo del terzo millennio. Del quale lo stesso Lorenzo il Magnifico, sarebbe stato fiero.










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